Liliana Segre e l'olocausto

Liliana Segre è stata eletta senatrice a vita dal capo dello Stato Sergio Mattarella il 10 gennaio 2018, esattamente quattro mesi dopo avere compiuto 87 anni, essendo nata: a Milano, il 10 settembre 1930.

La signora Segre è stata una delle tante vittime e delle poche sopravvissute alla follia delle leggi razziali proclamate in Italia per la prima volta, a Trieste, da Mussolini il 18 settembre 1938, per compiacere il suo ex allievo Adolf Hitler per procedere speditamente alla vittoria finale del conflitto mondiale che sarebbe iniziato di lì a un anno, e potere spartire la torta. Liliana Segre fu internata, perché di famiglia ebrea, nel campo di concentramento di Auscwitz-Birkenau, dove troveranno la morte il padre e i nonni paterni. Salvatasi, tornata in patria riprese a studiare e una volta laureatasi divenne, in seguito, imprenditrice. L'attività che però la coinvolgerà di più sarà quella di divulgatrice nelle scuole, nei convegni, in apposite assemblee o alla presentazione di uno dei tanti ma pur sempre insufficienti libri sull'olocausto dove parlerà della sua vicenda personale di giovanissima deportata o di quella di altre persone da lei conosciute. Liliana Segre per molto tempo preferì non parlare di tutto ciò, decidendosi a farlo solo a partire dal 1990. Quasi coetanea di Anne Frank, nata in Germania nel 1929 e morta a Bergen-Belsen all'età di 16 anni non ancora compiuti. Qualcuno si potrà chiedere se ad oltre settant'anni dalla fine di quell'orrendo conflitto che costò la vita a 55 milioni di persone, di cui ben sei milioni di ebrei, soli in ogni senso perché lasciati soli, abbia ancora senso parlare di queste cose. La risposta è sì. Questo perché ancora oggi, a settantatre anni dalla fine della guerra, c'è ancora gente che non crede che una etnia possa essere stata dapprima privata di tante sue libertà, e poi anche della  vita in virtù del suo essere ebrea. Quello che la Germania degli anni '30-'40 del Novecento ha portato al suo zenit è stato il risultato più "alto" che popoli di religione diversa abbiano da sempre riversato verso gli ebrei.  Ma vi sono varie teste impermeabili alla comprensione anche la più elementare, è cosa ardua anche il solo far capire cose che anche un bambino può constatare da sé mediante la visione dei filmati esistenti, spesso  realizzati dagli stessi aguzzini tedeschi. Ma loro, no: sono ancora persuasi - almeno così affermano - che si tratterebbe di false pellicole realizzate per gettare in cattiva luce la Germania. Ciò che noi vediamo perché documentato dalla pellicola, è la nuda e cruda realtà, una realtà talmente nuda e cruda da essere crudele. Affermare che dall'altro fronte, quello cioè comunista, le efferatezze non furono da meno non ha molto senso, perché ciò non toglie comunque l'orrore accaduto e ottimamente documentato sia dagli aguzzini, sia dai liberatori: americani, inglesi, russi, dei campi. Si resta sempre increduli, nonostante gli anni passati, nonostante la cultura, nonostante il proprio raziocinio, di fronte a questa montagna di orrore innalzata dalla mente umana. E tutto questo per ubbidire a un omuncolo che con due sberle ben piazzate sarebbe stato ricondotto se non alla ragione per lo meno a cuccia. Un ex pittore che aveva sostituito tela e pennello con microfono e altoparlante, perché non potevano bastare le tele di una intera galleria per riprodurre le mostruosità da lui partorite. E la galleria nella quale ci aveva fatti entrare era un tunnel dal quale saremmo usciti solo a guerra conclusa e a suicidio portato in atto. L'ultimo di una tragedia con troppe scene.  

Antonio Mecca