Meyer Meyer

Meyer Meyer è - dei quattro protagonisti principali della saga dell’87° distretto - quello che fin dal nome: doppio come il termine dum-dum relativo ai micidiali proiettili dalla punta lasciata apposta scoperta per poter provocare maggiori danni possibili alla persona fisica e dal quale nome ha ottenuto altrettanti danni alla propria persona morale.

È un personaggio che provoca nel lettore un immediato buon umore ogni qual volta entra in scena, ed è infatti il più comico fra i quattro detectives creati da Ed McBain. Completamente calvo dall’età di trent’anni, alto 1,80 circa, occhi azzurri e fisico possente, ha 37 anni fin dalla sua prima apparizione, età questa che rimane invariata (beato lui) per tutto il non certo breve ciclo dell’87° distretto. Possiede inoltre un’istruzione superiore alla media rispetto ai suoi colleghi poiché provvisto di una laurea in Legge. Il romanzo nel quale fa il suo esordio è il secondo della serie: “The Mugger”, 1956, dove la sua qualifica è quella di agente investigativo di secondo grado. Il nonno era un ebreo polacco unico della sua comunità a saper leggere e scrivere, mentre il padre Max un sarto il quale - quando già era avanti con gli anni - si era sentito annunciare dalla moglie che presto avrebbero avuto un figlio. Consideratolo uno scherzo di pessimo gusto fattogli dal destino l’uomo aveva deciso di vendicarsi. Max Meyer, di professione sarto, aveva pensato di cucire addosso all’incolpevole figlio come nome la replica del cognome, una cucitura che gli sarebbe andata stretta per tutta l’esistenza. I ragazzini del quartiere di Riverhead dove il piccolo Meyer crebbe erano in prevalenza gentili di nome ma non certo di fatto, e si divertivano così nel dare la caccia a un loro simile solo perché giudicato diverso per via della sua etnia di provenienza e forse soprattutto e specialmente a causa del doppio cognome, che ripetuto per fornire le proprie generalità lo faceva sembrare un balbuziente o una persona incespicante nel parlare perché terrorizzata o in colpa: la colpa di essere un diverso finito in un ambiente popolato da persone che pur essendo della sua stessa razza: quella umana, come rispose Einstein alla domanda di un imbecille che gli chiedeva a quale razza appartenesse, lo facevano sembrare un alieno piovuto da chi lo sa quale lontano e sporco pianeta. Senza pensare, coloro che lo perseguitavano - poiché i razzisti generalmente non pensano, visto che il loro è un pensiero a senso unico come una monorotaia priva di scambi: scambi culturali di idee. Visti come diversi dall’occhio guercio del pregiudizio, finiti in un Paese che seppure dalla diversità aveva tratto la propria forza e da questa forza tratto la propria ricchezza economica e morale. A causa di quelle peripezie subite durante l’adolescenza alle quali aveva controbattuto con dignità e coraggio Meyer finisce per sviluppare una pazienza di Giobbe. A un certo punto della saga del distretto Meyer si mostra insofferente per l’andicap di aver avuto, in età ancora giovane, la totale perdita dei capelli.
Comincerà dapprima a portare cappelli di vario tipo compreso un berretto da cacciatore e una papalina fattagli personalmente da sua moglie Sarah, finendo quindi per indossare una parrucca che, per via dei continui sarcasmi dei suoi insensibili colleghi, resisterà soltanto il tempo di un unico, splendido romanzo: “Lighting”, per poi finire da lui gettata in un bidone della spazzatura. Sfortunato durante l’infanzia e per ciò che riguarda la sua capigliatura, Meyer è stato però fortunato per ciò che riguarda la famiglia che si è formato. La moglie: Sarah Lipkin, è una bella donna dagli occhi azzurri come i suoi, provvista di un’ironia sottile come la sua, con capelli (lei sì!) neri, e molto innamorata del marito come lui lo è della moglie. Il loro è un rapporto privo di smancerie: alla pari, fatto di discussioni ma non di litigi né tanto meno di violenze fisiche e morali, condito di amorevole ironia e affetto che portano la donna e l’uomo a essere sullo stesso piano, l’uno al fianco dell’altra per evitare che allontanandosi troppo il piano si sbilanci diventando un piano inclinato che li farebbe scivolare in basso, un rapporto il loro culminato nella creazione di una famiglia. E Sarah e Meyer ne possiedono una molto bella, benedetta dall’arrivo di tre splendidi figli: Alan, Susie e Jeff. 
McBain ci informa che la madre di Meyer è morta di cancro in ospedale, e che da allora il figlio prova verso questi luoghi di cura e di sofferenza un senso di disagio e di odio. Sentimenti che prova anche nei confronti dei cittadini di origine tedesca con i quali per lavoro ha a che fare e che in lui riconoscono l’ebreo e non sempre con la necessaria mortificazione che ogni onesto tedesco dovrebbe provare nei confronti di una etnia dal suo popolo discriminata, perseguitata e da ultimo sterminata senza un briciolo di umana pietà né di razionale buon senso. Dato che la sofferenza subita in tenera età è spesso fonte di futura sensibilità e ironia in età matura, Meyer ha finito per acquisire un senso dello humour notevole che ne fa del gruppo di detectives dell’87° distretto il poliziotto più simpatico e divertente, provvisto quasi delle doti comiche di un attore brillante quale forse lui non avrebbe disdegnato di essere. E tutto questo non con la scurrilità di un Ollie Weeks quando fa la caricatura - secondo lui divertente - del comico W.C. Fields, o del trasandato e volgare Andy Parker quando con atteggiamento volgare racconta le sue volgari barzellette. No, Meyer possiede la giusta finezza e i giusti tempi, e con lui il divertimento è sempre garantito. Però anche lui è suscettibile quando qualcuno lo prende di mira con i suoi scherzi, ad esempio nel momento in cui decide di coprire la calvizie con una parrucca. Irresistibili sono allora le battute che per l’occasione McBain scrive per i suoi personaggi. Meyer si offende, e alla fine del romanzo “Lightning” decide di sbarazzarsi per sempre dei capelli posticci, accettandosi per come è e per come gli altri - compresa sua moglie - lo accettano. Un’altra fonte di stizza la prova quando una certa Helen Hudson scrive un romanzo intitolato proprio “Meyer Meyer”. Pensa di citarla per danni alla sua immagine, ma poi lo consigliano di lasciar perdere. O anche quando la televisione manda in onda una serie di telefilm dove il protagonista è un tenente di polizia calvo come lui (evidente riferimento alla serie Kojak, interpretata da Telly Savalas).
Meyer Meyer, pur di non molto più anziano dei suoi colleghi, noi lo vediamo più maturo di loro nel suo modo di agire, che lo rende una persona saggia con la quale chi vi ha a che fare non prova disagio. La sua grande carica di umanità ce lo fa amare come un uomo del quale vorremmo essere amici così come vorremmo esserlo di Carella sebbene per ragioni diverse. A questi infatti desidereremmo somigliare sia fisicamente sia moralmente, con Meyer invece vorremmo condividere l’amicizia, perché ci diverte come uomo. E, si sa, la carica positiva di una persona è, fra tutte le qualità umane, la più ricercata e ambita.
Antonio Mecca