Da Chiamamilano

AL MERCATO CON RECUP

Come rendere effettuale la cultura del no-waste: recuperare il cibo invenduto e redistribuirlo a fine mercato, creando valore sociale. In tanti ne parlano ma ancora in (troppo) pochi si adoperano concretamente per quello che che è innanzitutto un recupero di umanità.  Nel resto d'Europa non è una novità: dall'Olanda negli ultimi anni ha avuto spinta propulsiva un movimento giovanile molto forte come lo Youth Food Mouvement, e non sono infrequenti i progetti come quello della Disco Soupe, che ha il duplice scopo di riappropriarsi dello spazio pubblico e di sensibilizzare sul tema dello spreco alimentare. Ma andiamo con ordine. A Milano da qualche mese è nato un progetto, Recup, di cui si sta parlando molto, e meritatamente: l'idea è nata da tre ragazze, che hanno pensato di mettersi a disposizione degli altri recuperando frutta e verdura invenduta al termine dei mercati rionali. 
Un'attività che molti fanno (e continuano a fare) già in proprio: non è raro vedere durante lo smontaggio delle bancarelle nei mercati persone che si aggirano tra le cassette di legno per prenderne prodotti abbandonati in quanto non più vendibili, perché magari troppo maturi o non belli a guardarsi. Ma, come spiega Sasha, uno dei volontari di Recup "molti hanno pudore di frugare tra le cassette a fine mercato, e lì interveniamo noi". Ieri siamo stati al mercato di piazzale Martini per vedere da vicino come funziona il progetto, nato appunto dall'idea di Rebecca Zaccarini e altre due giovani, Ilaria Piccardi e Federica Canaparo, attorno alle quali è in poco tempo cresciuto un gruppo piuttosto consistente e anagraficamente giovane di volontari, che si danno appuntamento a fine mercato e fanno il giro tra gli ambulanti chiedendo la merce rimasta invenduta, che viene convogliata in punto definito, sempre lo stesso.
Intorno alle 14.30 un piccolo gruppetto di persone si raduna nel punto in cui i volontari di Recup sono pronti, bilancia alla mano: non per pesare la merce che viene redistribuita quanto per avere un'idea della quantità di cibo recuperato. Iniziano ad arrivare le prime cassette: qualcuno non raccoglie per portare a casa ma per mangiare subito; c'è un pensionato che si sbuccia una pera, mentre un altro tiene sottobraccio una cassetta e ci mette dentro dei melograni, una banana, delle arance; ci sono donne di varie età ed etnie che riempiono sacchetti di tela, c'è anche qualcuno che si ferma a guardare incredulo: "è gratis?" chiede. E se ne va con qualche avocado maturo e un po' di stupore sul volto.
A un certo punto arriva una ragazza egiziana, prende qualche cassetta di arance (ieri ne sono state recuperate venti casse per un totale di 200 kg), e dice che suo fratello ha un panificio, chiede se qualcuno dei ragazzi di Recup è interessato ad andare da lui la sera a recuperare il pane invenduto. Si scambiano i numeri, e il circuito virtuoso sembra oliato a perfezione: è il meccanismo dello scambio, del dare e del prendere in maniera equa, anche se non tutto fila sempre liscio: come racconta ancora Sasha, non a tutti è chiara la filosofia che sta alla base del progetto, ovvero quella della condivisione. Il senso civico che è alla base dell'iniziativa imporrebbe che si facesse una ripartizione equa di quanto a disposizione. Ma capita che qualcuno afferri con frenesia, prenda per sè senza curarsi degli altri. Del resto ci vuole un po' perché la gente si abitui e capisca lo spirito della cosa. In generale Recup sta iniziando a essere conosciuto sia dagli ambulanti, che non sempre sono però gli stessi, sia dai cittadini che bazzicano il mercato: c'è ancora molto da fare, i volontari raccontano che stanno pensando di rendersi più riconoscibili tramite cappellini o pettorine, e una delle ultime novità è stato l'acquisto di tre cargo biche che sono molto ultimi per il recupero della merce, specie nei casi in cui è parecchia. Già, perché a volte capita anche che frutta e verdura ancora avanzino dalla redistribuzione, e capita che qualche volontario ne faccia conserve e marmellate, che poi vengono regalate ma anche vendute per autofinanziare il progetto. Sempre a questo proposito, a breve partirà una prima campagna di crowdfunding per sopperire alle spese di gestione dell'associazione.
Uno degli aspetti più interessanti dell'operazione Recup è la rete che i volontari hanno creato e stanno creando con altre realtà virtuose: dai contatti con associazioni e gruppi che si occupano di aiutare chi ha bisogno all'aiuto reciproco con spazi di prossimità; un esempio è quello di Fucine Vulcano, un'associazione poco distante dal mercato di piazzale Martini (la sede è in viale Molise), che si occupa di mobilità ecosostenibile, riciclo e riutilizzo creativo dei materiali. Non solo, il progetto “Recup” collabora anche con il progetto QuartieriRicicloni "Cittadinanza attiva contro lo spreco a Milano", di Eco dalle Città e Giacimenti Urbani realizzato con il contributo di Fondazione Cariplo.
L’angolo Recup attualmente è in cinque mercati: in viale Papiniano al sabato, in via Cambini, il lunedì, in piazzale Martini ogni mercoledì e in via Termopili il venerdì.

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