Anche i clochad... migrano

Forse qualcuno lo ricorda.

All'angolo tra Piazza San Babila e Corso Monforte, fino a poco tempo fa, ovvero sino all'inaugurazione del Lego store, viveva un senza tetto dalla folta barba bianca. Da che ho memoria, l’uomo ha sempre vissuto sotto quei portici tra i suoi cartoni, i suoi sacchi a pelo e i suoi effetti personali: dignitoso, schivo e poco interessato al resto del mondo che ogni giorno gli transitava accanto, non ha mai disturbato nessuno. Tant'è vero che una volta, la mia compagna, intenerita dall'ossuto e cencioso vegliardo, gli si avvicinò timidamente, porgendogli qualche moneta. Senza essere sgarbato ma colmo di un antico orgoglio, quest’ultimo alzò il fiero sguardo e, senza proferir parola, scosse il capo in segno di rifiuto.
Nell'odierna corte dei miracoli in cui viviamo, la classica figura del barbone milanese è ormai quasi del tutto scomparsa: personaggi folcloristici, romantici e disperati che sceglievano la strada come dimora, estraniandosi da una società che non avevano mai compreso o che non li aveva accettati.
Mia madre ogni tanto mi racconta ancora dei clochard che risiedevano a Greco, tra i quali, su tutti, spiccava “la Matilde”, che campava facendo saltuariamente la “strascée”, la stracciaia, allietando le giornate di quello che un tempo era un paesino poco fuori città.
Anch'io, poco più che quarantenne, ho avuto la fortuna di vedere e talvolta conoscere alcune di queste epiche figure. Tra Porta Venezia e Cinque Giornate era solito bazzicare “il Giovanni”, un uomo di età indecifrabile che curava più i suoi cani che se stesso e che avrebbe potuto benissimo insegnare all'università, considerata la sua splendida oratoria e l’estrema sapienza del simbolismo francese: da lui ho acquistato diversi libri ed appreso più che a scuola.
C’era poi “il predicatore”, pattugliatore notturno della Via Sottocorno, costantemente sbronzo e perennemente indignato; sono cambiate le generazioni ed è scomparsa l’impronta popolare dalla via dedicata al ciabattino zoppo ma i suoi arguti strali sulla stupidità della specie umana riecheggiano ancora tra gli edifici.
Infine c’era “l’uomo delle rose”; non perché le vendesse ma perché soleva cospargersi il corpo con i petali che trovava davanti a un negozio di fiori. Il suo sorriso e la sua gioia durante quel personalissimo rito sono tuttora impressi nella memoria degli abitanti della vecchia Porta Tosa.0
Sembrano trascorsi secoli e invece sono solo pochi anni ma, tornando all'uomo col quale ho iniziato, mi domando perché l’abbiano fatto sloggiare, o meglio, lo immagino: di fronte al novello negozio blasonato, che vende colorati mattoncini per grandi e per piccini, un barbone non era tollerato… Chiedo scusa per la quasi involontaria rima. Un ulteriore esempio di decoro applicato a un marchio, dove per volere si intende per davvero potere, e l’ennesima conferma della poca considerazione di cui gode il comune cittadino.
Ribadisco: in un periodo dove i milanesi stanno convivendo con un numero di mendicanti che rasenta l’incredibile, lungi da me l’idea di sminuire la loro tragedia, è stata fatta sparire l’unica persona che non ha mai domandato nulla. Un uomo mite e riservato, divenuto, suo malgrado, paradosso temporale di quest’epoca senza tempo e senza radici.
Si avverte la mancanza di quel silenzioso e poetico custode delle nostre vite, tra gli ultimi esponenti di una Milano che vive ormai solo nei ricordi e nei libri, e spero che qualcuno sappia se sta bene e se è riuscito a sistemarsi altrove.

I miei più cordiali saluti
Riccardo Rossetti