Case popolari, illusione periferie

I tragici fatti di Bruxelles, che seguono quelli di Parigi, hanno riportato drammaticamente l’attenzione sulla condizione delle periferie e, in tale contesto, della particolare problematicità rappresentata dalla persistente condizione “fuori controllo” dei quartieri di edilizia residenziale pubblica. Situazioni “fuori controllo” legate alla consistente presenza di categorie sociali “deboli”, dagli anziani alle persone con problemi psichici (quasi la metà dei residenti), ma soprattutto da presenze con tendenza alla “prevaricazione”. Con traffici illeciti di ogni genere e i vari racket delle occupazioni abusive e i collettivi che la fanno da padroni, come denunciato più volte dai comitati di abitanti. Quartieri dove vale la “regola del più forte”, dove è evidente il “male” dell’abitare.

Rigenerazione socio-abitativa – Allora, è di tutta evidenza che c’è un “insieme” di istituzioni e di norme che non funziona, perché il tema delle case popolari rimane affrontato secondo vecchie logiche, così a rimetterci sono i cittadini più deboli, in quartieri dove continuano a essere inserite solo persone con fragilità, fatta eccezione per qualche sperimentazione che non fa certo primavera. Invece, è necessaria una vera “rigenerazione socio-abitativa”. Ma, per sperare che ciò accada, è necessario un mutamento di atteggiamento, un cambiamento culturale “diffuso”, che non sia limitato a dei singoli episodi, ma coinvolga la città nel suo complesso. Peraltro, l’impressione è che i contributi “innovativi” siano visti come delle “invasioni di campo”, che sconvolgono consolidati modi di fare.

Case popolari – Milano ha un patrimonio di oltre 70mila abitazioni di proprietà pubblica (41.700 Aler/Regione + 28.700 MM/Comune), di cui oltre 3.000 occupate abusivamente, mentre altre 6.500 sono sfitte. Poi, ha anche 12.800 box/posti auto e 2.900 negozi/laboratori, anche questi sfitti per il 30%.

Un patrimonio di “sfitto” che, con opportune iniziative integrate, deve dare risposta alle persone con fragilità, ma deve anche programmare un massiccio inserimento di abitanti che vogliano farsi carico delle problematiche socio-abitative, a partire dall’utilizzo di 500 monolocali inutilizzati perché troppo piccoli per essere assegnati, ma che potrebbero essere destinati agli studenti universitari, come anche più volte proposto non solo dal Politecnico. Perché l’housing sociale non è in primo luogo da costruire, ma da realizzare nei quartieri popolari esistenti.

Cooperazione abitativa – Da questo punto di vista, l’esperienza della Cooperazione abitativa – che a Milano gestisce oltre 7.000 appartamenti – è un concreto punto di paragone, che può contribuire anche alla definizione delle modalità gestionali di Aler e Metropolitana Milanese. I locali, non sono lasciati vuoti, ma ci hanno fatto il teatro, la biblioteca, l’ospitalità per chi fa il doposcuola o distribuisce i pasti a chi non è autosufficiente o aiuta i disabili. Quindi, un confronto aperto e costruttivo non ci parrebbe fuori luogo, se si vuole la partecipazione o, meglio, la “progettazione partecipata”. Altrimenti sono solo buone intenzioni … e, poi, illusioni. 

Giambellino-Lorenteggio – Intanto, Comune di Milano, Regione Lombardia e Aler hanno previsto un investimento di 85 milioni nel quartiere Giambellino-Lorenteggio per riqualificazione degli stabili, interventi di ecoefficientamento degli edifici pubblici, illuminazione pubblica, avvio di imprese sociali, sostegno ai soggetti in difficoltà economica e Laboratorio di quartiere.

Peraltro, nello scorso 2015, proprio al Giambellino c’è stata una iniziativa innovativa con il progetto di “rammendo delle periferie” realizzato da quattro architetti del Gruppo G124 promosso dal Senatore a vita Renzo Piano (www.renzopianog124.com): operando dal basso è possibile migliorare la qualità dei quartieri attraverso interventi di “rammendo” e progetti di “innesto”, che non hanno bisogno di grandi finanziamenti e di grandi progetti di pianificazione, favorendo il lavoro degli artigiani locali. Anche qui: è proprio fuori luogo chiedere un confronto aperto e costruttivo, nel vero senso della parola, tra chi investe e chi ha lavorato per un intero anno?

“Regia” – Il problema è che Milano è capace di costruire nuovi quartieri che hanno stupito, ma anche di avere un enorme patrimonio edilizio pubblico disastrato. Manca una “regia” complessiva, ma anche sul territorio. Così, le “periferie”, sia quelle più degradate, sia quelle residenziali, sono sempre a rischio, perché la prima a non essere organizzata per fare sistema tra le decine di funzioni presenti sul territorio è proprio l’organizzazione dell’Amministrazione comunale. Con i Consigli di Zona che anche in tema di “casa” continuano a fare gli spettatori, contrariamente a quanto previsto dal regolamento del 1977 (e continuerà a essere così anche con i nuovi Municipi!). E gli abusi continuano e i costi, soprattutto quelli sociali, aumentano. Quella dei Municipi è una questione che i Candidati Sindaco dovrebbero tenere in grande considerazione, altrimenti ci facciamo solo illusioni: periferie e case popolari rimarranno come adesso, come ieri e l’altro ieri.

Walter Cherubini

Consulta Periferie Milano