CINO DEL DUCA, DA PIAZZISTA A EDITORE

A Parigi una stele sul Boulevard des Italiens a Milano una via nei pressi di piazza San Babila

Nel variegato mondo della carta stampata dei decenni passati un posto di rilievo è stato occupato non certo a sproposito da Pacifico Del Duca, meglio conosciuto come Cino Del Duca, nato a Montedinove in provincia di Ascoli Piceno il 25 luglio 1899, e morto a Milano il 23 maggio 1967. Il suo luogo di sepoltura è però a Parigi, nel famoso quanto pittoresco cimitero del Père-Lachaise, poiché Del Duca suddivise la sua attività di editore tra il Paese di origine e quello acquisito. Il padre, dal passato di garibaldino, era un piccolo imprenditore che subì una serie di rovesci finanziari finendo in rosso come la sua passata camicia di volontario rivoluzionario, costringendo il figlio ancora in età scolare ad abbandonare gli studi per trovarsi un lavoro che consentisse alla famiglia di ottenere qualche introito in più. Cino trovò un lavoro più concreto ma che con la fantasia aveva pur sempre a che fare, trattandosi di libri: piazzista di romanzi popolari a dispense. Nel 1917, in piena Grande Guerra, viene chiamato alle armi e partecipa al conflitto come uno dei ragazzi del '99. Sul campo si fa onore, tanto che verrà insignito di una Croce al merito di guerra, che di certo è sempre meglio di una croce al camposanto. Nel dopoguerra affianca l'attività lavorativa all'impegno politico iscrivendosi al partito socialista, cosa questa che gli procurerà un trasferimento forzato ad Agropoli, paesino in provincia di Salerno, nel 1921, anno di nascita in Italia del partito nazionale fascista e in Francia dello scrittore Frédéric Dard, del quale Del Duca nel 1957 pubblicherà il romanzo "Le canaglie vanno all'inferno", singolare vicenda cosiddetta noir che nasce dapprima come commedia, poi viene trasformata in film, e quindi approda nelle librerie come romanzo. Dopo essere stato liberato, nel 1924 si trasferisce a Milano con i genitori e i fratelli dove riprende a fare il piazzista di libri, quello che farà di lì a qualche anno in Inghilterra anche il grande scrittore James Hadley Chase. Nel 1929 apre una piccolissima Casa Editrice che poi diverrà l'Editrice Universo, specializzata in romanzi popolari a dispense. Una delle colonne portanti sarà la scrittrice Luciana Peverelli. Nacquero poi sull'onda del successo due riviste per ragazzi: "Il Monello" (diretto dalla Peverelli), e "L'Intrepido". Richiesto il passaporto per la Francia, e nel 1932 la doppia cittadinanza, Del Duca avvierà un'attività parallela riproponendo la sua formula editoriale anche per la Francia: romanzi d'amore e di avventura a dispense, e giornalini per ragazzi. Nel giro di un decennio diviene uno dei maggiori editori nel settore dei romanzi rosa e della stampa d'evasione. Fece la spola tra Italia e Francia fino al 1938, quando la sua Casa milanese fallì e insieme ad essa anche il buon nome dell'Italia per via della promulgazione delle leggi razziali. Entrò a far parte della Resistenza francese durante la guerra, guadagnandosi un'altra Croce di guerra. Dopo l'8 settembre si unì alla Resistenza italiana, come tante persone che cercavano una maniera per riscattare il proprio passato di succubi della dittatura. Nel dopoguerra riprese a pieno regime (ma questo era un regime democratico) l'attività in Francia e in Italia. Con la successiva nascita dei fotoromanzi anche Del Duca provò a cimentarsi in questa nuova avventura, creando per l'Italia il settimanale "Grand Hotel", che nei primi anni '50 arrivò a vendere 1.200.000 copie. Invece nella prima seconda parte dei Cinquanta eccolo: 1956, far parte della cordata che creerà "Il Giorno": il giornalista Gaetano Baldacci, il presidente dell'Eni Enrico Mattei, e l'editore Cino Del Duca, appunto, che ampliò la sua attività anche come produttore di film: "Aria di Parigi", "Grisbì", "Il vedovo", "Il bell'Antonio", e di distributore: "L'Avventura", "Il vizio e la notte". Cino Del Duca è uno dei pochi italiani che si è meritato la stima dei francesi (e tutti noi sappiamo quanto questo sia difficile) al quale è stata dedicata a Parigi una stele sul Boulevard des Italiens. A Milano invece gli è stata dedicata una via.  E uno che fece il piazzista per anni, chissà se l'avrebbe gradita.   

     Antonio Mecca