Federico Fellini

Il 3 febbraio 1960, al cinema Capitol di Milano, ci fu l'anteprima nazionale del film "La dolce vita", di Federico Fellini, al termine della quale il regista già due volte premio Oscar venne subissato di fischi non certo di ammirazione nonché di uno sputo in faccia indirizzatogli da una "gentile" signora. Invece di salivare per la goduria che quello splendido film avrebbe dovuto procurarle, la "signora" preferì manifestare il suo dissenso in maniera plateale; e questo anche da parte di coloro che avevano occupato non la platea ma la galleria, dimostrando così che dall'oscuro tunnel dei secoli bui ancora non erano usciti. In seguito il dissenso svanì come le menti svanite di chi lo aveva prodotto, vale a dire spettatori della prima ora (e anche della seconda, e della terza, che tanto infatti il lungo: questo sì, metraggio durava), e l'opera del regista riminese si guadagnò il giusto successo (e non solo quello!) che si meritava. Fellini era nato nella città romagnola il 20 gennaio 1920, nello stesso anno in cui nacque Mario Puzo, autore del romanzo-capolavoro "Il Padrino". Il padre, Urbano, era originario di Gambettola, paese a 20 km da Rimini; la madre, Ida, era originaria di Roma. E chi lo sa che proprio dai racconti fattigli dalla madre il bambino prima e il ragazzo poi non abbia cominciato a restare affascinato da quella città-mito che la sua mente andava formando, sformando e trasformando. Portato per il disegno, il giovane Federico inizia nel 1938 (anno di un altro tipo di disegno voluto da un Tipo che sulla scia del Mostro Adolf si era messo in testa di cancellare da una Società, già non più libera, tutti gli italiani di origine ebrea) a pubblicare, dapprima sulla "Domenica del Corriere", poi su "Il 420". Quando a inizio 1939 giunge a Roma ha 19 anni: dieci di meno del suo futuro sceneggiatore Ennio Flaiano, il quale nella capitale risiede già da 17 anni circa. Il ragazzo è intenzionato a intraprendere la carriera di giornalista, ed esordirà sulle pagine del "Marc'Aurelio", rivista umoristica dove il caporedattore è Steno, futuro regista e già notevole scrittore. lavorerà a fianco di giovani talenti come Maccari, Metz, Marchesi, Attalo, Mosca. Terrà su quelle pagine varie rubriche e realizzerà anche molte vignette. Dopo non molto comincerà a scrivere per il cinema: gag e sceneggiature per Macario, e per il teatro: copioni per Aldo Fabrizi. Nel 1941 inizia a collaborare per la radio, arrivando a scrivere in pochi anni: da solo o in collaborazione, ben 90 copioni. In quel periodo incontra la giovanissima Giulietta Masina, per la quale scrive 24 episodi della serie "Cico e Pallina". Insomma: Federico Fellini nasce come scrittore, autore di un umorismo surreale che più tardi lo porterà a realizzare scene memorabili per i suoi film. Eppure la sua partenza fu di stampo neorealista, avendo dapprima collaborato ai film di Rossellini "Roma città aperta" e "Paisà", nei quali era stato anche sceneggiatore. L'esordio vero avviene nel 1950 con il film "Luci del varietà", co-diretto con Alberto Lattuada, film che tratta dello sgangherato mondo dell'avanspettacolo (suo è anche il soggetto). Due anni dopo ci sarà il battesimo del fuoco come unico regista del film "Lo sceicco bianco", vicenda ambientata nel mondo dei fotoromanzi. E fotoromanzi sembrano anche i film del suo primo periodo, sebbene di alta classe come il successivo "I vitelloni" e soprattutto "La strada". Con "La dolce vita" non si è più nel fotoromanzo ma in una vicenda fondata sull'attualità: quella dell'Hollywood sul Tevere, con tutto il corollario di attori americani e fotografi italiani a caccia di scoop. Una vita dolce solo in apparenza, in realtà triste perché incontentabile. Scriveva Flaiano, più o meno in quel periodo: "La felicità consiste nel desiderare quello che si ha". E del film in questione, dopo avere visto alcune scene in proiezione quando ancora il film era appena iniziato: "Il gongorismo, l'amplificazione di Fellini nel ritrarre quel mondo di via Veneto fa pensare al museo delle cere, alle immagini dei quaresimalisti quando descrivono la carne che si corrompe e imputridisce". E Giuseppe Marotta, a film uscito: "Con 'La dolce vita' Fellini eclissa tutti i Visconti e i Rossellini e i Germi e i Rosi e i Monicelli che abbiamo; gli resiste, è probabile, il solo De Sica. Amare l'immagine, goderla e patirla come una gioventù, come la vita: ecco la "Verità" di Fellini. Tutto quello che si ama è vero: amate l'inesistente e l'inesistente esisterà." Dopo questo capolavoro la carriera cinematografica di Fellini fu sempre in crescendo, a parte qualche scivolone, e con il successivo "Otto e mezzo" (che Marotta avrebbe voluto intitolare "Viaggio in un uomo") e "Amarcord" ricevette altri due Oscar, culminati nel 1993 con l'Oscar alla carriera. Purtroppo questo sarà anche l'anno della sua morte, avvenuta il 31 ottobre, il giorno successivo alla celebrazione delle sue nozze d'oro, essendosi sposato con Giulietta il 30 ottobre del 1943. Parafrasando il suo ultimo film "La voce della Luna", Fellini fu una voce proveniente non da un pianeta morto, bensì da un pianeta vivo come quello della fantasia è sempre stato. Di Roma, città in cui visse 54 anni (più o meno quanto Flaiano che ci visse 50 anni esatti) diceva di provare una "affascinazione incantata"; e la vedeva come "una donna, anzi una madre. Anzi una grande madre mediterranea, sciattona, affettuosa e severa, che partorisce neonati scettici... Il mito, la storia. Ma anche una condizione di vita per le contraddizioni profonde che ha saputo amalgamare; carnalità e religione, Cristo e Oriente. È una città orizzontale, di acqua e di terra, sdraiata ed è quindi la piattaforma ideale per dei voli fantastici. Gli intellettuali, gli artisti, che vivono da sempre in uno stato di frizione fra due dimensioni diverse - la realtà e la fantasia- trovano qui la spinta adatta e liberatoria delle loro attività mentali: con il conforto di un cordone ombelicale che li tiene saldamente attaccati alla concretezza". Fellini era nato per il Cinema perché Maestro indiscusso nel filmare le cose, le persone, la natura e trasmetterle sul telone dello schermo che: come il telone del circo che lui così tanto amava, racchiudeva un mondo meraviglioso in cui lo stupore e l'incanto provati da bambino erano presenti anche nell'adulto in cui si era trasformato. 
Antonio Mecca