Il campione del mondo Armando Dellantonio

Il segreto del successo? Avere un grande maestro!

Spadaccino. Allievo dei grandi Mangiarotti. Oro a Bruxelles 1954 nella spada a squadre. Ha inventato lo stile di assalto “flash”, scrivendo pagine indelebili nella storia della scherma italiana.
Un palmares impressionante. Primo torneo internazionale vinto a Lugano nel’48. Vincitore dell’oro ai mondiali di Bruxelles 1954, con tanto di riconoscimento e premiazione con lettera autografa del granduca di Lussemburgo, nonché del tricolore di spada a squadre nel ’59, ’61, ’62,’67 e del torneo individuale Spreafico nel 1957.
Ho girato il mondo. Mi sono divertito. Non ho mai guadagnato soldi. Ho tirato finché le gambe hanno retto, esordisce così il grande spadaccino Armando Dellantonio, accomodandosi al tavolo nel soggiorno del suo luminoso appartamento milanese.  L’hanno soprannominato il nonno della scherma italiana, ma lui, occhi azzurri molto intensi e una grande vitalità, dall’alto delle sue 91 primavere appena compiute, si schernisce: Non ho certo intenzione di parlarle di me. Ma una cosa la voglio dire. Sono sposato da quasi 60 anni. Sono felicemente sposato. Lo scriva mi raccomando, che le donne ci tengono…
Ha incrociato le lame con un mito della scherma…
Ho tirato con Edoardo Mangiarotti, in una gara al giardino, le eliminatorie dei campionati d’Italia. L’ho anche sconfitto, ma è stato un puro caso. Lui è stato davvero un grande schermitore, forse il più grande. Un maestro e un atleta completo. 
Quali sono le doti che deve avere uno spadaccino?
La scherma di oggi è molto diversa. Ci vuole comunque una grande passione e la capacità di scegliere l’arma più adatta. L’aspetto più importante è trovare i maestri. Non è affatto facile. Ho iniziato coi Mangiarotti, col padre di Edoardo, il miglior maestro allora esistente. Il maestro ti può anche emarginare, renderti un niente. Solo se si hai un bravo maestro puoi farti strada. 
Perché la spada è considerata la specialità più autentica?
Nella spada quando si tocca, si tocca. Si fa un punto. Nella spada flash, una tecnica che introdussi io e che consiste nello scattare immediatamente, partendo da fermi, addosso all’avversario, si assalta e immediatamente si fa il punto. È la forma di duello più realistica di tutte.
Un aneddoto che può raccontarci sulle sue trasferte…
Basilea, appena dopo la seconda guerra mondiale. La società non aveva i soldi per pagarci il viaggio. Avevamo deciso di portarci dei guanti da donna da vendere là per pagarci il viaggio e l’albergo, dato che allora, stranamente, la Svizzera era messa peggio di noi. Alla frontiera, addirittura, ci fermarono dicendoci di cuocere il riso. Una volta all’albergo provammo a vendere i guanti, ma senza autorizzazione ci rimasero tutti sul gobbo. Riuscimmo a saldare il conto grazie alle doti canore di uno dei nostri, un certo Benassatti, che aveva fatto un po’ di teatro. Qualche anno dopo, tornando in quel posto, lo riconobbero e lo insultarono, dato che i guanti che avevamo lasciato si distruggevano. Non so se dipendesse dalla stoffa dei guanti o dalle mani delle svizzere. Ci sarebbe anche la trasferta in Giappone, ma il racconto è un po’ “boccaccesco” ... 
Quante ore al giorno si allenava da campione del mondo?
Ci si allenava alla sera, dalle nove alle undici. Circa tre ore al giorno per cinque giorni alla settimana.
L’assalto che le è rimasto più impresso e gli avversari più ostici
La vittoria a Budapest contro l’ungherese. Una vittoria davvero sofferta, dove ho combattuto all’ultimo sangue, vincendo poi per cinque a quattro. La nazione più ostica in pedana era sicuramente la Francia. Nel ’54 la vittoria ai mondiali fu epica. Eravamo quattro schermitori per squadra, in totale di 16 assalti. Ci bastò arrivare a nove, dato che macellammo i francesi 9 a 1. Molto forti erano anche gli ungheresi e gli svedesi.
La scherma è uno sport pericoloso?
In generale risponderei di no. Avevamo dei costumi quasi corazzati. Purtroppo ci sono stati dei morti, ricordo in particolare uno schermitore francese trapassato dalla spada dell’avversario. Fu colpito ad un polmone e morì d’emorragia interna pochi minuti dopo, mentre era ancora in pedana. Un infortunio simile è capitato anche a me, ma per fortuna sono stato graziato. La lama del mio avversario si ruppe e si conficcò nel muscolo. Mi diedero qualche punto di sutura ma ebbi salva la vita.
Se oggi avesse 20 anni dedicherebbe di nuovo la sua vita alla scherma?
Assolutamente sì. La scherma mi ha aiutato nello sport, nel lavoro, nella vita. In tutto. Senza darmi soldi mi ha dato una grande visibilità, aiutandomi ai miei esordi lavorativi. Fa specie vedere che, nonostante tutto, la scherma sia sempre trattata come uno sport di secondo livello. Nonostante le moltissime medaglie e la grande tradizione italiana, si preferisce sempre parlare di calcio, nuoto, pallavolo. È ingiusto. Ma è la vita.
Nicolò Canziani