IL MEDAGLIONE SPAGNOLO

Anche quel giorno si trovava solo nel suo studio, situato in un grande, anonimo palazzo di una popolosa città che lui così tanto amava anche se con la mente spesso l'abbandonava trasportato, dal magico tappeto volante della sua fantasia, in terre lontane e selvagge, dove i sentimenti erano ancora allo stato brado e si potevano agevolmente separare, col taglio affilato di un colpo d'ascia ben assestato.

Buoni e onesti da una parte, cattivi e malviventi dall'altra, senza preoccupazioni di sorta, in un manicheismo tanto semplicistico quanto rassicurante. Giorni e giorni così accatastati in anni, impilati in decenni che avevano prodotto centinaia di avventure con le quali far sognare generazioni di ragazzi impazienti di diventare adulti e di adulti desiderosi di tornare ragazzi. Con le sue storie aveva costituito il collante che aveva tenuto unite quelle generazioni, quei sentimenti, nel nome dell'Avventura e dei suoi sani principi.
Erano stati anni intensi, fatti di giornate trascorse a pensare e a trascrivere costruzioni mentali sempre pressate dapprima dal bisogno economico e poi da quello di mantenere ben saldo lo scettro faticosamente e meritatamente conquistato. La penna con la quale, simile a una trivella, far scaturire dalla pagina bianca il nero del petrolio con il quale mettere in moto storie ambientate in un lontano passato all'origine del mondo attuale, alla sua genesi, e che soltanto il trascorrere del tempo aveva sacralizzato.
Quel lavoro aveva rappresentato una forma di schiavitù, ma era stata la schiavitù piacevole della dipendenza di una persona dalla fantasia, che mai lo aveva tradito.
Ora però le cose erano cambiate e sembrava che la fantasia lìavesse abbandonato per trasmigrare in corpi più giovani e sani. Perché lui non solo era stato ferito dagli anni, ma anche dalla malattia. Una malattia infida, che ne rallentava i movimenti fisici e le facoltà mentali riducendole al minimo, rendendo difficoltosa la parola e soprattutto l'immaginazione.
Così capitava che rimanesse per ore a fissare la parete vuota, o la finestra al di la della quale le stagioni si succedevano implacabili mentre altrettanto implacabilmente nella sua testa le idee latitavano. Le avventure dei suoi personaggi scritte da altri venivano sottoposte alla sua attenzione e alla sua approvazione, che concedeva con un misto di insofferenza e di ammirazione verso coloro che riuscivano a percorrere il solco della tradizione da lui tracciato senza discostarsene troppo.
Ma tutto questo non poteva né appagarlo né ripagarlo di tutti gli anni spesi in quel lavoro che lo aveva ancorato in quel porto tranquillo - il suo studio - facendolo navigare con la mente in acque pericolose, una catena composta di tanti anelli pegno d'amore, simboli di un matrimonio contratto con la sua fantasia che, immemore di quel contratto, lo aveva ormai abbandonato.
Ogni tanto sfogliava i vecchi albi con le storie scritte negli anni passati e disegnate da vari illustratori. Erano tutti bravi, ma quello che prediligeva era era stato il primo, attualmente ancora all'attivo con una storia disegnata all'incirca per due anni e la copertina ogni mese. Lui disegnava i personaggi - i loro volti soprattutto - con una bellezza di lineamenti tale da tenere il lettore fisso ad ammirarli. Rileggendo le proprie storie, gli sembrava di rivivere i momenti che le avevano partorite, quando ne tratteggiava la trama con la penna per poi battere a macchina la sceneggiatura. Fuori la vita della città scorreva con i suoi ritmi, talvolta intensi talvolta incredibilmente lenti, come se il tempo si fosse dilatato sino a toccare gli anni dell'immediato dopoguerra, quando il traffico motorizzato era talmente scarso da consentire ai bambini di poter giocare per strada. E per lui in quel silenzio, in quella quiete era stato naturale tornare al passato delle solitarie e sterminate praterie del vecchio e selvaggio West, e sentire di farne parte come se stesse cavalcando oppure seduto a gambe incrociate in un tepee in compagnia di indiani amici. Fuori c'era il sole o pioveva, e l'aria che entrava nella stanza gli portava un'ebbrezza di eccitante speranza - in se stesso soprattutto, come se la sua forma fisica e quella mentale costituissero i lati di una calamita a ferro di cavallo che attirasse la positività respingendo la negatività. E il profumo di piante bagnate e di polvere umida rappresentavano per lui la lontana prateria che andava descrivendo, i villaggi di frontiera circondati da una natura non ancora addomesticata.
Quelli erano stati i suoi tempi d'oro, ma una corsa all'oro: a quell'oro che la sua lucida mente aveva rappresentato per se stesso era ormai impensabile alla sua età. Poi, all'improvviso, inaspettata come una lucciola che da tempo non compariva, ecco una piccola idea luminosa attraversargli la mente. Avvertì quella stessa leggera eccitazione che sempre lo colpiva, quando il germe dell'idea cominciava a fermarsi. Gli sembrò allora che tutto stesse per tornare alla normalità ,che quell'epoca felice che per lui aveva rappresentato, dove corpo e mente erano in perfetta simbiosi tra loro e rispondevano alle sue sollecitazioni.
Un medaglione. Un medaglione spagnolo, riportante incisi nell'argento i segni di una mappa: la mappa di un tesoro nascosto. E questo medaglione si trovava alla cintura di un indiano. Anzi, no: di un'indiana. Inseguita da un gruppo di banditi nella prateria, là dove c'è sempre chi fugge e chi insegue, chi caccia e chi è cacciato. Chiuse gli occhi, perché potesse meglio vedere la scena. Ecco: vari cavalieri che inseguono l'indiana. Anzi, no: gli indiani, un uomo e una donna, entrambi giovani. Dopo qualche vignetta i due sarebbero stati raggiunti; lui lasciato a terra per morto, lei rapita perché l'intenzione era quella di venderla come schiava a qualche facoltoso ranchero. Una ragazza bella come il sole e come solo al Cinema e nei fumetti accade di vedere, una indiana meravigliosa come la sua cara Lilith compagna di Aquila della Notte, vale a dire Tex, vale a dire se stesso, che l'avrebbe salvata dopo essere accorso in tempo e per tempo ancora una volta e avere eliminato i malvagi nel modo in cui si meritavano. E prima che l'oro nascosto cadesse nelle loro grinfie.
Riapri gli occhi. Sì: poteva andare. Certo intuiva che non sarebbe stata una gran storia, una di quelle avventure che ancora adesso venivano citate dagli esigenti del fumetto. Ma si sarebbe pur sempre trattato di una storia di Tex a tutti gli effetti, di un capitolo seppur minore da inserire fra quelli maggiori, di un paragrafo che servisse dopo una lunga storia da poco terminata o meglio per quella successiva ancora da cominciare. E così riprese a scrivere, e dentro la sua dura corteccia di uomo duro reso in apparenza insensibile alle emozioni perché le emozioni era solito crearle, sembrò risvegliarsi l'antica forza che riusciva a tenerlo inchiodato per ore alla scrivania, come un cavaliere alla sua sella. E ancora una volta Tex e Carson furono i pards tramite i quali vivere una nuova avventura, o più semplicemente vivere, perché è questa l'avventura più autentica. E gli anni sembrarono pesargli meno, e la città restringersi fino ad assumere le dimensioni ancora a misura d'uomo dell'epoca dei suoi inizi, anzi: parve sparire del tutto per lasciare spazio all'immenso selvaggio Ovest.
Gli occhi, inumiditisi per la commozione e la gratitudine provate, gli velarono lo sguardo come il calore nel deserto che dà vizioni illusorie. E così come in quelle condizioni le figure sfumano per poi piano piano tornare ad assumere il loro spessore, la propria dimensione, così lui - in compagnia solo di se stesso - pensò di essere tornato nuovamente quello di una volta. E la vecchia macchina per scrivere che riprendeva a far funzionare i tasti con forza producendo l'allegro fragore di pioggia sul tetto di una capanna - l'acqua che sconfigge il deserto e fa tornare la vita, la fantasia che sconfigge l'aridità della mente - gli trasmise una volta ancora la ben nota eccitazione che in tante occasioni lo aveva beneficiato, rendendolo spossato ma felice, stanco ma soddisfatto. In una sola parola: vivo.
Antonio Mecca