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Disabilità nei secoli

Il 22 maggio 2001 i Governi di 192 paesi appartenenti all’Organizzazione mondiale della Sanità stilano un documento denominato Classificazione internazionale del funzionamento delle disabilita’ e della salute (Icf - International classification functioning), in cui vengono stabiliti i parametri a cui bisogna riferirsi per definire la  disabilità. Nel documento si afferma il principio secondo il quale tutte le persone, nel corso della loro vita, possono avere una disabilità.
Il concetto secondo il quale la disabilità è una conseguenza dei problemi di salute viene, finalmente, superato.
Non è stato, però, sempre così e nel corso della storia le persone disabili hanno subito sopprusi, angherie e atti denigratori.
Nella civiltà greco-romana la disabilità viene vista come un castigo degli dei. La nascita di un disabile è considerata una sorte di  punizione ogni volta che gli uomini hanno delle controversie con le loro divinità. I greci hanno, però, considerazioni e atteggiamenti differenti a seconda del tipo di disabilità. I non vedenti sono rispettati perché riescono a prevedere il futuro, i “pazzi” sono temuti perché, comunicano con gli dei mentre i disabili che hanno malformazioni corporee, chiamati mostri, vengono uccisi alla nascita oppure barbaramente sacrificati per riacquisire la benevolenza divina nei momenti di carestia o a seguito di eventi  tragici.
La prassi seguita per il sacrificio è veramente orribile: il disabile viene portato fuori dalle mura, colpito con un bastone per ben 7 volte sui genitali, bruciato vivo e le rimanenti ceneri gettate in mare.
La disabilità corporea è disprezzata dai greci e tale atteggiamento è alimentato dalle varie correnti filosofiche. Platone ipotizza la sua città ideale abitata esclusivamente da persone perfette che generano solo figli  sani. Aristotele è del parere che lo Stato deve impedire la crescita dei bambini nati con malformazioni perché si sprecano esclusivamente risorse ed energie.
Anche nella civiltà romana viene seguito il culto del bello e del corpo perfetto. I romani, popolo di guerrieri, esercitano la propria supremazia in tutto il mondo proprio attraverso il corpo.Il corpo perfetto è sinonimo di forza mentre come sostiene Seneca la disabilità è sullo stesso piano della vita inutile.
Quando nasce un bambino il pater familias, dopo averne valutato l’aspetto fisico ed aver constatato che non è il frutto di una relazione extraconiugale lo alza al cielo, presentandolo agli dei, e accettandolo nella famiglia lo nomina cittadino romano. Se invece il neonato è privo dei succitati requisiti viene considerato indegno, posto tra l’immondizia e lasciato morire.
Nel medioevo le cose peggiorano e le cause delle malformazioni di un bambino vengono attribuite direttamente alla madre. Se il Tribunale d’Inquisizione stabilisce che la nascita è il frutto di un rapporto extraconiugale oppure che la madre è posseduta da forze diaboliche o malefiche madre e figlio vengono entrambi bruciati vivi. In questo periodo storico, ad alimentare questa visione negativa della disabilità non è la filosofia ma la Chiesa. Il papa Gregorio Magno sostiene che in un corpo deforme non può esserci un’anima di Dio.
Il vescovo Cesario di Arles calca la mano e afferma che la disabilità è il frutto della lussuria. Secondo lui tutti coloro che non rispettano l’astinenza nei giorni dedicati al Signore, come le festività e il periodo della Quaresima, sono destinati ad avere un figlio disabile.
La Chiesa pur di riuscire a far rispettare questo principio arriva a strumentalizzare gli stessi invalidi: li fa girare liberamente nelle città chiedendo l’elemosina in modo che la gente sappia quali sono gli effettivi rischi che corre.
La punizione divina viene identificata nella peste e nella lebbra.  
Vengono costruiti i Lazzaretti dove trovano rifugio gli ammalati. È proprio in questo periodo che la disabilità comincia a essere  considerata un problema di salute. Una sorte diversa viene riservata ai nani e ai gobbi. Questi disabili svolgono il ruolo di giullari e vivono a corte con il compito di far divertire il re.
Flavio Fera