L'ultimo applauso

Sabato mattina, 15 ottobre.

Sul sagrato del Duomo di Milano un telone bianco ingrigito dalla pioggia che scende dello stesso triste colore aspetta di ospitare le personalità e gli oratori venuti a rendere omaggio alla memoria di Dario Fo, fra gli esponenti della cultura italiana e non solo italiana di sicuro uno fra i più grandi. Gli altoparlanti diffondono a rotazione due canzoni cantate dal grande attore: "Ma che aspettate a batterci le mani", scritta nel 1958 dal futuro premio Nobel e musicata da Fiorenzo Carpi, e "Stringimi forte i polsi", sempre musicata da Carpi e scritta - oltre che da Fo - anche da Leo Chiosso, coautore insieme al primo: primo in tutti i settori, dei testi di Canzonissima 1962, che sarà ricordata più per la volontaria uscita dalla tv di Stato a causa di un loro sketch censurato dei conduttori Fo-Rame che non per la qualità della trasmissione, sebbene fosse fra tutte le Canzonissime precedenti e future quella più impegnata nella denuncia sociale. Era la sigla finale, cantata all'epoca da una Mina ventiduenne con ritmo da bossa nova. Questa canzone, reinterpretata in seguito dal grande attore-commediografo, sembra risaltare di più rispetto alla versione della tigre di Cremona, perché cantata con più intensità. Infatti, secondo le parole del figlio Jacopo che segue l'intervento di Carlo Petrini, fu voluta dal padre come pensiero d'amore destinato alla moglie Franca, dalla quale e con la quale aveva e avrebbe prodotto in sintonia con lei molti testi teatrali. Sul sagrato è presente anche un quadro che raffigura Dario Fo con sul viso un'espressione beffarda e in mano un pennello, perché Fo (un nome così piccolo per un uomo così grande) è stato anche pittore, e di grande talento. Purtroppo non è presente un megaschermo che possa permettere a tutti i convenuti sulla piazza - che sono tanti e che con i loro ombrelli multicolori simili a corolle di fiori sembrano una aiuola floreale messa a rendere omaggio all'artista - di vedere, oltre che di ascoltare, le figure di chi è presente sul palco. Ma Dario Fo non era una rockstar, non accalappiava il pubblico giovane o giovanile; era solo uno che le cantava ai potenti di turno, spesso rimettendoci di tasca propria. E a rimetterci è stata anche la moglie, alla quale il nove marzo del 1973, cinque farabutti caricatala a forza all'interno di un furgone la seviziarono e stuprarono. Una vicenda questa ancora non del tutto chiara che continua a rappresentare una vergogna per il nostro bel Paese, che forse poi tanto bello non è mai stato. La vincita del premio Nobel, una vincita che rappresenta un onore ma anche una cospicua sostanza in denaro- all'epoca: 1997, un miliardo e seicentocinquanta milioni - rappresentò un risarcimento parziale su quanto i due artisti avevano dovuto patire da parte di persone chiuse a ogni progresso e da un potere spesso in odore di regresso non di rado colluso con estremismi di vario colore nonché con mafie che sono l'eczema affliggente lo Stivale e che non gli permette: affondato così com'è in quella melma, di avanzare più di tanto. Quei soldi furono nelle intenzioni del beneficiato da devolvere  in beneficenza, sebbene chi li amministrava per loro conto pare se ne approfittasse a loro danno. Jacopo Fo ha ricordato alla folla lì convenuta un consiglio datogli dal padre: "Nella vita fai quello che più ti piace, perché così camperai più a lungo". Ha anche ricordato una storia raccontatagli in un'altra occasione riguardante l'assedio da parte del popolo a dei signorotti locali i quali dovettero alla fine arrendersi perché questo, privo di armi tradizionali, utilizzò i propri escrementi lanciandoli contro quelli. Ecco, Fo junior non ha usato esattamente questo termine, bensì quello più volgare, e inoltre ripetuto più volte. Ora, trovandosi dietro quella grande chiesa che il Duomo è, forse parlare in quella maniera non ha rappresentato il massimo dello stile. Così come l'agitare il pugno chiuso e chiamare con l'appellativo di compagni i partecipanti lì convenuti. Forse meglio sarebbe stato usare quello di amici, da non confondere con l'omonima trasmissione della De Filippi anche se - visto il nome - un richiamo a un altro grande del teatro italiano non poteva non fare piacere. Inoltre, ma questo non si poteva ricordare, c'è un episodio non molto onorevole che avvenne a Firenze nel 2002, quando davanti a una folla radunatasi davanti la basilica di Santa Croce, i due artisti definirono Oriana Fallaci con l'appellativo di terrorista. Ma la Fallaci è stata una Cassandra che ha visto in anticipo ciò che sarebbe successo in seguito. E questa difesa a oltranza di tutto ciò che in apparenza è povero, risulta ingenuo quando non di rado stupido. Infine, Jacopo Fo, con quel suo viso che ricorda quello di Reinhold Messner, uno che è abituato a scalare le vette e, quindi, è più vicino al cielo di altri, si è detto sicuro che i suoi genitori erano ora nuovamente insieme e probabilmente stavano ridendo della scena sottostante. Il che è una contraddizione di fondo stridente con il suo spirito laico e comunista.
Antonio Mecca