Leo Longanesi

Leo Longanesi - scrittore, giornalista, pittore, pubblicitario, editore - nacque a Bagnacavallo il 30 agosto 1905.

Se di Bagnacavallo era anche il predicatore impersonato da Faletti in uno dei suoi primi personaggi comici, Leopoldo-Leo Longanesi comico lo fu poco o niente, sebbene a un altro comico: l'americano Buster Keaton, di viso somigliasse non poco. Longanesi iniziò ben presto a pubblicare su varie riviste degli anni '20 come "L'Assalto" del quale fu anche direttore, "L'Italiano", da lui fondato, "Omnibus", fondato nonché diretto. Questo che rappresenta il primo rotocalco italiano nacque nel 1937 come settimanale di attualità politica e letteraria e ottenne da subito grande successo. Ma c'era un problema, ci si trovava nel pieno di una dittatura con la quale dover fare i conti, soprattutto se le sovvenzioni arrivavano dal partito unico. Longanesi era in rapporti abbastanza buoni con quel poco di buono di Mussolini, dal quale poco di buono gli riusciva spesso di ottenere sovvenzioni nonché complimenti per la sua attività. Così lui doveva ogni tanto incensare Lui per tenerselo buono, ma spesso lo prendeva sottilmente in giro mediante anche l'uso sapiente della fotografia, della quale lo scrittore emiliano era un grande cultore. Inoltre, sebbene bastian contrario per natura, Leo Longanesi fino alla metà degli anni Trenta era stato un fervente sostenitore del PNF, così come del resto moltissimi altri suoi coetanei. Il talento di Longanesi non consisteva soltanto nel saper scrivere, e bene; ma, anche, nel sapere individuare il talento altrui valorizzandolo come meritava. Un esempio su tutti fu il sostegno dato a un giovane Vitaliano Brancati che di lì a pochi anni sarebbe diventato uno dei più notevoli scrittori del nostro Novecento, la collaborazione avvenuta con Mino Maccari, scrittore e pittore, quella con Giovanni Ansaldo, talentuoso giornalista-scrittore, e quella con Maria Rossi fatta da lui chiamare Irene Brin, arguta giornalista di moda che la moda, lei, era in grado di dettarla con il suo stile di scrittrice. Da par suo invece Longanesi scriveva con una prosa melanconica forse dettatagli dalla bassa statura che se da una parte ne favoriva i livori verso avversari o presunti tali dall'altra ne addolciva fino al languore la nostalgia verso un secolo: l'Ottocento, per metà esistito così come lui immaginava fosse stato e per metà inventato dalla sua testa. Secondo il suo amico Montanelli, "Egli aveva imparato a rimpiangere prima ancora di aver imparato a piangere". Inoltre, sempre secondo Montanelli, "Leo aveva tante idee, quante bastavano forse per non credere a nessuna". Lui stesso d'altronde era solito ammettere: "eppure, è sempre vero anche il contrario". Nel gennaio 1941 annotava nel suo diario: "Gli inglesi vinceranno la guerra perché sanno fare tutto meno che la guerra; i tedeschi la perderanno, perché sanno fare soltanto la guerra". Inoltre: "In tutte le guerre, alla lunga, perde sempre chi è meno democratico". A guerra finita Longanesi si trasferisce, nel gennaio 1946, a Milano, dove il 1° febbraio fonda la casa editrice Longanesi & C. sovvenzionata dall'industriale Giovanni Monti. Presso quella neonata casa editrice troveranno ospitalità autori italiani e stranieri, già affermati e non, come Giuseppe Berto con "Il cielo è rosso" ed Ennio Flaiano con "Tempo di uccidere", romanzo scritto su sollecitazione dello stesso Longanesi che, pare, gli trovò anche il titolo. Nel 1948, a referendum ormai prossimo, insieme a Montanelli, Longanesi parlò a favore della neonata Democrazia Cristiana dai microfoni di Radio Garibaldi, situata all'interno di un camioncino con il quale i due colleghi ed amici percorrevano le strade della città. Più tardi Leo avrebbe detto: "L'Italia è una democrazia in cui un terzo dei cittadini rimpiange la passata dittatura, l'altro attende quella sovietica e l'l'ultimo è disposto ad adattarsi alla prossima democristiana". Nel 1950 fonda la rivista "Il Borghese", alla quale collaboreranno Montanelli, Flaiano, Savinio, Prezzolini, Irene Brin, e altri ancora. Leo Longanesi morirà il 27 settembre 1957, all'età non certo avanzata di 52 anni, negli uffici della sua casa editrice, colpito da infarto. Lui che il cuore, oltre alla mente, lo aveva sfruttato a pieno per l'amore sviscerato che nutriva per il suo lavoro, ne ricevette uno stop definitivo che gli stroncò la carriera, privandoci così di molte altre perle che la sua prodigiosa mente non avrebbe certo mancato di farci avere. Vogliamo concludere con un suo aforisma del novembre 1951: "Sono un misantropo che cerca compagnia per sentirsi solo".
Antonio Mecca