Porta Volta

Due piccoli caselli daziari datati 1880, progettati da Cesare Beruto.

Lo stesso Beruto che diede il nome al primo piano regolatore della città tra il 1884 e il 1889, stabilendo le regole dell’estensione urbana oltre le mura spagnole. Il nuovo ingresso cittadino, nato con lo scopo di collegare la città al nuovo cimitero, e i nuovi quartieri si inserirono gentilmente nel contesto urbano già esistente, in armonia con i vecchi bastioni e i grandi filari di alberi. Le vecchie case e i nuovi edifici non fecero a pugni tra loro: presente e passato, in perfetta sintonia, guardavano insieme al domani, certi della propria matrice architettonica e culturale. Anche sotto un forte impulso di modernizzazione, Milano, come le altre città europee, era riconoscibile non solo dai palazzi e i monumenti artisticamente rilevanti ma dalla peculiarità locale delle semplici abitazioni.
La striscia di terra tra Via Crispi e Via Pasubio ne ha viste tante da quel momento: l’abbattimento delle mura spagnole, i tendoni del Circo Togni e lo storico vivaio Ingegnoli. A onor del vero, l’area in questione è rimasta trascurata per decenni ma infine, a riportare il decoro urbano, è giunta la nuova faraonica Feltrinelli di Herzog e De Meuron.
Ho letto numerosi forum e parlato con diverse persone della zona per comprendere cosa ne pensino i milanesi. Tralasciando coloro che hanno sparato a zero sulla nuova costruzione, definendola, come dire, “un’opera coprolitica”, la stragrande maggioranza si è espressa decisamente a sfavore, non tanto per l’estetica, quanto per il contesto urbano nel quale è stata inserita. Una delle poche vecchie zone di Milano rimasta uniforme e omogenea, privata di colpo della propria armonia. E considerato che il terreno non è stato acquistato da magnati stranieri, inconsapevoli o incuranti dell’urbanistica locale, ma appartiene dalla notte dei tempi alla famiglia Feltrinelli, ci si aspettava forse un po’ più di consapevolezza e rispetto per la città. D’altro canto, qualcuno l’ha definito coraggio e io non posso essere che d’accordo perché ce ne vuole parecchio per inserire un incubo futurista in un contesto ottocentesco.
Di recente sono tornato da Londra, una città che ho avuto modo di visitare numerose volte sin dalla metà degli anni ’80. Le vecchie case vittoriane mi hanno sempre affascinato; subito riconoscibili e riecheggianti di tradizione. Ma purtroppo, la schizofrenica e virale corsa al moderno sta mutando radicalmente il volto della città. Interi caratteristici quartieri, in particolare quello adiacente la stazione Vittoria, stanno scomparendo, rimpiazzati da taglienti ed enormi edifici di ferro, vetro e cemento, che oscurano il cielo. Ammetto che non avendo più alcun punto di riferimento, a un certo punto mi sono perso. Tutto mi sembrava uguale e nulla mi aiutava a identificare la capitale inglese.
Al giorno d’oggi, pare che uniformare in massa i nostri gusti estetici sia l’unico biglietto di ingresso per il futuro. Ma distruggere, svilire e non curarsi del passato significa davvero essere moderni? Quando tutte le nostre città saranno diventate uguali e le persone fluttueranno in una non ben definita dimensione spaziotemporale, saremo cittadini del mondo o cittadini dal nulla?
Il continuo lavaggio del cervello, propinatoci tramite dozzinali frasi fatte, prive di costrutto, assai più simili a slogan pubblicitari che a ponderate convinzioni, come “dimensione internazionale” o “metropoli all’avanguardia”, ci stordiscono e ci inebriano, colmandoci di un inconsistente e rarefatto orgoglio di appartenenza senza aver spesso idea di cosa significhi essere milanesi o europei. Senza ricordare da dove giungiamo.
Per questo lascio la mia conclusione alle semplici e sagge parole di un’anziana signora che risiede in Via Pasubio proprio di fronte alla nuova ciclopica costruzione: Dalle mie finestre, una volta, vedevo i tetti di Milano e un bel negozio di fiori. Ora non vedo più niente.
Riccardo Rossetti