In ricordo di don Antonio Carretta - prete a Dergano

Si è spento all'età di 84 anni don Antonio Carretta.

Fu assistente dell'oratorio maschile (come si usava allora) e poi rimase in parrocchia come coadiutore. Praticamente passò la sua vita a Dergano. Venne chiamato a fare il Parroco, già in età avanzata, presso la Parrocchia del Santo curato D'Ars, al Giambellino.
Lo ricordo, giovane prete, arrivare nello spazio antistante la porta che era sita nel muro tra la “villetta” e l'edifico dell'oratorio, (ora tutto questo non esiste più) noi giovani adolescenti sbirciavano dalla porta socchiusa per vedere che tipo era, e lui sorridente ci veniva incontro non sapendo che dietro c'eravamo noi. Fu un incontro ilare, come spesso con lui accadeva: stupore e meraviglia nel vedere un gruppo di ragazzi assiepati a guardare, e lui che apriva la porta: fece una risata e si aggiustò gli occhiali sul naso. Un ciao ragazzi, io sono don Antonio il nuovo assistente, ci disse, lo guardavamo un poco stupiti e un poco riverenti... chissà che tipo sarà. Non aveva il fisico da atleta, era sui generis, un pretino adulto.
Lo studiavamo per capire il tipo e fin dove si poteva “osare” lui capiva e ci spiazzava con quel suo sorriso disarmato e disarmante. Pian piano diventammo amici, poi confidenti.
Uno dei momenti di spicco, dal punto di vista educativo-formativo, fu la recita del rosario che tutte le sere del mese di maggio ci faceva recitare girando intorno al campo di calcio. Appuntamento alle ore 21 in oratorio prima recita e poi un breve spazio per giochi o... confidenze.
Pian piano crescemmo e sostituimmo i giochi con discorsi e giudizi.
Era una bella “campionatura” di gioventù. Un bel gruppo, con interessi diversificati: Così nacque il Centro giovanile “ Essegi”. Lo sport la faceva da padrone, ma anche incontri formativi su tutte le tematiche che possono interessare i giovani. Poi la crisi generalizzata e la ricerca di nuovi metodi e stimoli. Pronto a ritirarsi se qualcuno tirava fuori qualche idea migliore o proposte accettabili.
Sempre fiducioso anche di fronte alle più avverse condizioni (memorabile la sua benedizione impartita al ragazzo morto sui nei giardinetti lungo la murella dell'oratorio e pubblicata dai giornali). Fede, speranza e carità furono il suo motto.
Amava le persone e gioiva di cuore quando gli si portava qualche bella notizia. Di converso ti faceva capire che era addolorato per te e con te quando gli portavi quella cattiva, che condivideva con te, fino in fondo e come poteva.
Con don Bruno trovò un accomodamento, non era il tipo da battaglia. Servì umilmente, con quella semplicità umile che genera amicizie e simpatie. Fu vicino al popolo.
Nella “sua parrocchia” non ebbe vita facile, era ed è un quartiere difficile.
Poi la malattia.
Molti lo ricordano con affetto e sanno che dal cielo ci guarderà col suo sguardo e, aggiustandosi gli occhiali si rivolgerà al nuovo Capo dicendogli: aiutali.
Romolo