Fuori dalla libertà

Bas Jan Ader e i rituali dell’abbandono

La Biennale di Venezia di quest’anno include nella propria rosa di artisti Bas Jan Ader, un performer olandese degli anni Settanta. In concomitanza, per le edizioni milanesi EDB, Davide Cortese dà alle stampe «Fuori dalla libertà. Bas Jan Ader e i rituali dell’abbandono», il primo studio organico in Italia interamente focalizzato sul pensiero creativo dell'artista. Con una ricerca a dettaglio che affronta buona parte del corpus di opere, la stesura di Cortese è accompagnata dall’introduzione di Paolo De Lucia e dalle tavole di Massimo Dagnino.  
Uno dei fili conduttori del pensiero progettuale di Ader è quello del rapporto tra rito e legge come atto di liberazione dell’uomo. Proust nella Recherche sostiene che è «più facile rinunciare a un sentimento piuttosto che a un’abitudine», e il libro poggia le basi analizzando cosa sia per un individuo andare contro le sue abitudini meccaniche e istintuali. Di fatto l’antropologia culturale sta alla base del pensiero progettuale di Ader, per far sì che egli possa propagare dai propri lavori questo senso di inibire l’abitudinario «porsi a» che condiziona il vivere di ogni individuo. Le prime opere sono la serie in video dei «Fall», caratterizzata dalla ripresa dello stesso Ader nell’atto di precipitare da differenti luoghi. Cortese però non intende il significato della caduta paragonandolo alla morte di Icaro, bensì come il cadere della conclusione di un processo definito. In «Broken Fall (Organic)» questo pensiero è posto in maniera ancor più chiara, in quanto Ader non esercita nessuna forza fisica ma subisce solo quella gravitazionale e di attrito del ramo a cui è appeso. La liberazione dell’uomo dall’abitudine attraverso il rito avviene quasi sicuramente nella sua ultima performance, «In Search of the Miraculous». Seconda parte di un trittico, questa ricerca è composta dall’attraversamento in solitaria dell’Atlantico con una barca a vela: opera inconclusa, giàcche viene ritrovata tempo dopo solo la barca e Ader è dato per disperso. Tuttavia è stato discusso se proprio questa sua mancanza non sia l’opera stessa, se non abbia veramente trovato (o compiuto) il miracolo della liberazione in senso assoluto. Se Ader sia ancora vivo, proprio questo suo «essere dato per morto» rappresenterebbe una forma di spettacolo senza fine – e richiamerebbe così a paragone anche la presunta morte di Andy Kaufman. Di questo comico americano si ricorda il suo continuo ingannare ferocemente il pubblico specialmente nella vita reale; ma dopo quindici anni di anti-humor, Kaufman viene dichiarato morto per malattia. Eppure ancora oggi rimane il dubbio se Kaufman non abbia compiuto il suo ultimo spettacolo fingendo la sua morte, e starebbe quindi ancora “scherzando” con tutto il pubblico ignaro che egli sia ancora vivo. La sparizione di Ader sarebbe quindi interpretabile come la (ipotizzata) opera ultima di Kaufman, giacché con la sua morte lascerebbe il trittico incompleto di un tassello – che potrebbe quindi essere proprio questa sua mancanza, contemporaneamente, il pezzo conclusivo per la chiusura. L’astuzia di Ader sta proprio «nel fatto di essersi servito dell’elemento più tradizionale, della forma di rito, per raggiungere l’esito più dirompente, cioè quello della liberazione». Se così fosse, questa serrata autoriduzione ha permesso la fuga di Ader dalla soggettività. Ed è proprio da questo sistema di mezzi, dall’“alleggerirsi” dal peso, che è possibile raggiungere la liberazione voluta da Ader, oppure deviare. Dagnino, riportando le esecuzioni dell'opere dell'artista, non solo lo ritrae in una dissolvenza «in bilico tra riso e tristezza», ma riprendendo «tematiche, dettagli delle opere (...) rilasciandole poi in varianti impresagite» riesce a istituire una perifrasi del suo pensiero.
Niccolò Antichi