"GLI OCCHIALI D'ORO" di Giorgio Bassani

Un amico mi ha consigliato la lettura di quello che lui considera il più bel romanzo di Giorgio Bassani: "Gli occhiali d'oro". Io che dello scrittore ferrarese (sebbene bolognese di nascita) non avevo mai letto nulla non potrò emettere lo stesso giudizio, ma - una volta terminata la lettura - potrò solo dire se mi è piaciuto o meno.

La risposta è senz'altro positiva. Scritto nel 1957, pubblicato da Einaudi l'anno successivo, la seconda edizione che è poi quella in mio possesso risale al 1962 e riporta la dedica fatta a Mario Soldati, amico e collega più vecchio di lui di dieci anni, essendo nato nel 1906, mentre Bassani nacque nel 1916. L'edizione che ho fra le mani fa parte della collana "I coralli", così chiamata forse perché l'editore intendeva pescare nel mare della letteratura i gioielli più preziosi. Il tipo di carta nonché di stampa è fatta per invitare alla lettura, nel rispetto di chi ha scritto e di chi è intento a leggere. Non quindi vocali e consonanti stampate in piccolo per risparmiare la carta, o carta dozzinale fatta per confezionare pacchi, magari pacchi-bomba perché il testo sopra riportato è quello di un romanzo esplosivo. L'autore emiliano narra la storia di un uomo che arriva a Ferrara da Venezia, Athos Fadigati, un otorinolaringoiatra scapolo, brava persona e bravo medico, del quale la gente finisce per scoprire a un certo punto la sua omosessualità. A narrare - in prima persona - la vicenda è un ragazzo: lo stesso protagonista del futuro "Il giardino dei Finzi-Contini", un giovane intellettuale ebreo che vive gli anni che precedono le leggi razziali prima e la seconda guerra mondiale poi con sempre maggiore apprensione. Athos Fadigati finisce per innamorarsi di un amico del protagonista, che accetta la sua compagnia - pur essendo etero - per denaro. La narrazione di Bassani resta limpida come acqua di un ruscello che si limiti soltanto a sfiorare lo scabroso, così che chi legge non ne rimane urtato. C'è nella storia un parallelo fra l'omosessualità e l'ebraismo, entrambi emarginati da una società che stenta a uscire dai recinti alzati. In passato tutto questo era ancora più accentuato di oggi, e solo pochi uscivano allo scoperto osando affrontare il giudizio o, meglio, il pregiudizio degli altri. Soltanto nel ramo dell'Arte più o meno se ne infischiavano, tanto da attirarsi simpatie da alcuni e insofferenze da altri. C'è una commedia di Eduardo De Filippo del 1955: "Mia famiglia", che vede il figlio del protagonista Alberto Stigliano cadere nelle mani di Guidone, un amico omosessuale molto caricato nelle movenze e nel timbro di voce. E allora Stigliano, impersonato da Eduardo, si lancia in una filippica contro quelli che lui chiama "raffinati", dicendo: "Mettono su negozio? e tutti di corsa al negozio dei "raffinati". "Non sapete niente? è uscito il romanzo del "raffinato". In quella strada, c'è la sartoria del "raffinato". In quell'altra c'è il parrucchiere "raffinato". Una setta diabolica, che funziona da un capo all'altro del mondo, ramificando e mettendo radici da per tutto. S'impongono servendosi dell'Arte per corrompere e distruggere quel tanto di buono che ci serve a credere nella vita che dobbiamo vivere giorno per giorno". Naturalmente non sempre è così: vedi il genio di Leonardo e Michelangelo, ad esempio. Ma, certo, non si può negare che molti di questi siano per lo meno pesanti da sopportare. E ciò anche nella lettura di certi loro libri. Quello scritto da Bassani: "Gli occhiali d'oro", è invece leggero da leggere ma ugualmente lascia il segno. Un segno che non è quello di Zorro, che vuol dire volpe, ma quello di un cavallo di razza superiore (allo stesso concetto di razza) che con la sua scrittura ha galoppato lungo la letteratura italiana del Novecento per vari decenni. 

Antonio Mecca