IL PESO DELLE PAROLE

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. […]

Così cita la prima parte dell’articolo 3 della nostra Costituzione ed è alla suddetta razza che Attilio Fontana si è riferito nelle sue dichiarazioni, incolpando in seguito la Costituzione stessa di menzionarla. Uno degli articoli più pregni di eguaglianza, libertà, speranza e dignità della nostra Carta Costituzionale dal quale non è stato fatto altro che estrapolare una parola, spogliarla del significato originale, deformarla ai propri scopi e infine ricontestualizzarla biecamente.

Un colpo basso. Talmente basso da rendersi ingiustificabile da qualsiasi punto di vista lo si guardi. Ingiustificabile perché la razza bianca alla quale si è riferito Fontana non è mai esistita; semmai un ceppo caucasico al quale apparteniamo anche noi europei. Gli ultimi che si sono riferiti a una razza bianca, studiavano l’eugenetica e ci hanno trascinato nell'abisso disperato di una guerra mondiale. Ingiustificabile perché non solo mina alla base uno dei capisaldi della nostra Costituzione, senza la quale saremmo perduti, ma perché mira dritto ai bassi istinti e non alla ragione. Le voci della strada sono pregne di insofferenza e intolleranza nei confronti dei nuovi migranti e una sparata del genere può far breccia nell'opinione generale con fin troppa facilità; auspichiamo che il fine ultimo non fosse proprio questo.

Ingiustificabile, e qui c’è davvero da preoccuparsi, perché Fontana potrebbe non aver capito l’ART. 3, scritto in maniera talmente semplice e cristallina da essere comprensibile per un bambino in età prescolare. Ma niente panico; non c’è nulla di nuovo in tutto ciò. Ci hanno talmente assuefatti alla cialtroneria verbale che ormai anche noi ci sentiamo legittimati a vomitare ogni puttanata che ci passa per la testa perché tanto, in caso di reazioni contrarie, possiamo trincerarci con volto innocente dietro a un “sono stato frainteso”; “ho avuto un lapsus”; è stata solo una provocazione”.

Non abbiam bisogno di puerili provocazioni, divenute tra l’altro così frequenti da essersi tramutate nel nostro ordinario. Ci occorrono parole. Parole ragionate, soppesate e ponderate alle quali credere perché intatte nella loro essenza e coerenti nella loro concretizzazione. Perché le parole hanno un peso; un peso specifico che può variare a seconda del periodo storico ma egualmente in grado di riaccendere la speranza o precipitarci nell'oscurantismo. Perché le parole non sono balocchi e noi non siamo né bambini ingenui né tantomeno sudditi ossequiosi.

Siamo elettori e cittadini italiani.

Riccardo Rossetti