Mario Fresa, Alfabeto Baudelaire, (disegni di M. Dagnino), EDB 2017, euro 19, pp. 56

Pubblichiamo la recensione di Niccolò Antichi sul libro di Mario Fresa Alfabeto Baudelaire con i disegni di Massimo Dagnino e il testo critico di Davide Cortese, edito dalla nostra casa editrice.

A poca distanza dalla pubblicazione di In viaggio con Apollinaire (Edizioni L’Arca Felice 2016), Mario Fresa presenta il suo nuovo lavoro di traduzione Alfabeto Baudelaire (EDB 2017) con il contributo disegnativo di Massimo Dagnino e il testo critico di Davide Cortese. I testi scelti da Fresa nel suo libro si orientano tra le poesie più lette de I fiori del male con un preciso compito: trasmettere al meglio il senso di ‘maledizione’ dell’autore. Questo segno si alterna sotto differenti prospettive, dai violenti sfregi lirici de Le litanie di Satana alle immagini cruenti di fragilità umana presenti ne Il morto lieto. La trasposizione in italiano dei componimenti segue una morfo-sintassi più vicina ai tempi dello stesso Baudelaire che a uno stile corrente. In Benedizione, ad esempio, il verso «Et je me soûlerai de nard, d’encens, de myrrhe» viene riportato in una forma arcaica («Di nardo io vo’ ubriacarmi, d’incenso e di mirra»). Le tavole sono legate tra loro dal filo della sinestesia, per un chiaro legame con il pensiero di Baudelaire circa il rapporto arte-merce. Rapportandosi «al proprio testo di riferimento per via concettuale», queste non operano un’illustrazione ma creano un mondo altro, «parallelo tenuto insieme dal segno». Nella pagina di traduzione di À une passante, il disegnatore genovese riporta a matita un unico ponte frutto di due epoche differenti (moderna e industriale). In questa tavola, la discordanza dei materiali di costruzione (mattoni e ferro) con l’arco ribassato segnano il commisto nato dal cambiamento del tempo. La contiguità instaurata innesca così un percorso volto al rapporto di elementi tra loro eterogenei, che si mostra nelle pagine seguenti. Nella tavola Sinestesie viene accostata la foto di una particolare colonna e la sua rappresentazione a matita. A prima vista la colonna fotografata è d’epoca classica, ma si rivela ‘americanizzata’ dato che il suo capitello è decorato con pannocchie.

Come scrive Cortese, Baudelaire certamente conosceva l’Esposizione londinese del 1851 e il suo luogo di mostra (il Crystal Palace) che «non era un semplice contenitore di merci». Ma Dagnino fonde nel suo disegno la colonna americana di Latrobe e la struttura del Palace alle sue spalle per dare un chiaro messaggio. Questo dettaglio del capitello con le pannocchie (e le foglie di tabacco, in simultanea nella stessa tavola), mostra la reimpostazione del valore artistico di un’opera: essa equivale al suo valore di scambio, al variare della prospettiva critica in epoca moderna. Questa volta il Palace è inteso come un mercato. Infatti il concetto stesso di modernità della seconda metà dell’Ottocento è leggibile sotto il segno della sinestesia: l’economia del paese diventa la base culturale della nazione. Baudrillard espone, in Verso il vanishing point dell’arte, il processo di alienazione del valore estetico come esasperazione di questa stessa mutazione, per «rincarare la dose sull’astrazione formale feticizzata della merce, sulla fantasmagoria del valore di scambio - diventare più merce della merce». Se l’arte diventa merce, allora ogni oggetto esercita un effetto di seduzione su chi la osserva in una raccolta in esposizione. L’estetica dell’opera viene sostituita dal valore di vendita della stessa: una creazione è tanto più bella quanto più è alto il suo prezzo di vendita. Warhol esaspera questo concetto di ‘merce artistica’ nel suo pensiero creativo della produzione a catena dell’opera. Lacan al contrario, nel Seminario, distingue l’‘oggetto’ dalla Cosa secondo il processo di creazione e quello di progettazione. Chi crea, sublima le proprie pulsioni nell’oggetto creato; e perché questo diventi Cosa, quest’ultima deve trasmettere le stesse forze di seduzioni riversate nell’atto creativo. Un semplice oggetto «è un punto di fissazione immaginaria che dà soddisfazione a una pulsione».

Pare si distingua così l’opera dalla merce assoluta, ristabilendo la critica estetica perduta. L’oggetto-feticcio che intende Baudelaire è visto da Baudrillard come componente del suo tempo, oggi consumato: il feticcio è un velo che si pone tra l’occhio e l’oggetto voluto, ma è trasparente. Perché il feticcio si consumi, l’oggetto stesso deve ‘bruciare’. Il valore dell’oggetto-feticcio è soggetto al tempo: finita la moda verso quell’oggetto, questo non vale più niente e l’arte ‘sparisce’.

Niccolò Antichi