MILANESI DI ORIGINE CONTROLLATA

8:30 del mattino. Un caffè al bar per iniziare la giornata e un orecchio teso per ascoltare gli umori meneghini. Non c’è nulla come il bar durante la colazione per tastare il polso dei tempi e delle persone; barometro preciso del presente e strumento d’indagine assai democratico. Manovali, commercianti, professionisti di tutti i generi, donne e uomini d’ogni età e estrazione sociale.

Al mio fianco prende vita la conversazione che ultimamente va per la maggiore: i migranti. “Dove mettiamo tutta sta gente?” “Perché non li sbattiamo tutti fuori?” “Ci siamo rotti le balle di tutti sti neri!”.

Tralasciando il cromatico accenno xenofobo, sono domande che non si possono eludere perché l’uomo della strada di questi tempi vive un vero e proprio assedio da parte dei nuovi questuanti.

Ma quando sento la frase “se andiamo avanti così non ci saranno più milanesi”, comincio a sorridere senza accorgermene; uno dei vantaggi dell’essere considerati eccentrici è che non devi più preoccuparti delle reazioni sociali.

Pago il mio caffè, saluto ed esco dalla caffetteria. Mentre cammino, mi comincia a venire alla mente qualche nome di milanese fraudolento a partire dal nostro Santo Patrono: S. Ambrogio. Il fautore del Rito e della Chiesa Ambrosiane non era di queste parti: nacque infatti a Treviri in Germania e arrivò da noi a trent'anni suonati. E rimanendo in tema teutonico, anche il Cardinale Ildefonso Schuster, colui che si oppose ai fascisti, pur essendo nato a Roma era figlio di un sarto bavarese.

Ma ora che ci penso, tornando ad Ambrogio, non fu lui a battezzare proprio a Milano un tizio proveniente dall’Algeria, il quale divenne in seguito uno dei massimi pensatori d’ogni tempo e santo a sua volta? Mi pare si chiamasse Agostino.

Accortomi, in quel punto, che stavo decimando la cristianità locale mi son fermato e sono passato ad altri non in odore di santità. Qualcosa di più vicino alla normalità come il teatro o la musica.

Dunque: Giorgio Strehler nacque a Trieste. Giorgio Gaber, al secolo Giorgio Gaberscik, era il secondogenito sempre di un triestino. Piero Mazzarella, icona del teatro meneghino, era figlio di una famiglia del vercellese che si trasferì a Milano verso la fine degli anni ‘20. Adriano Celentano mai avrebbe cantato Il ragazzo della via Gluck se i suoi non fossero arrivati da Foggia. Stesse origini regionali per Enzo Jannacci e Diego Abatantuono... Meglio finire lì perché stavo facendo terra bruciata del panorama artistico, culturale nostrano.

Ad esser onesti quasi tutti i miei amici hanno origini di altre regioni o di altri paesi e io stesso non sarei qui a scrivere di Milano se mio padre non avesse lasciato la provincia di Mantova.

La città stessa non esisterebbe se i nostri avi non avessero deciso di raggiungere il cuore della pianura per edificare e rendere Milano quel fulcro di genti e culture che tanta gloria e vanto ci hanno portato nei secoli.

Perché il segreto che molti ci invidiano, è ed è sempre stato proprio questo; non importa chi tu sia o da dove tu giunga. Se con il tuo impegno, il tuo lavoro e la tua dedizione contribuirai a trasformare te stesso e coloro che ti circondano in persone migliori anche questa città progredirà e, con riconoscenza, ti renderà per sempre un milanese.

In molti al giorno d’oggi, complici la paura e l’insipienza, aprono troppo spesso la bocca a sproposito fugando all’istante ogni dubbio sulle proprie origini: carni bovine lombarde.

Lascio per ultimo uno strano francese, nato a Grenoble e sepolto a Parigi nel cimitero di Montmartre ma che qui da noi trascorse i giorni più lieti della sua vita. Henry Beyle, più noto come Stendhal che amò a tal punto la nostra città da far scrivere sulla propria lapide il seguente epitaffio: Arrigo Beyle-Milanese-Scrisse-Amò-visse.

Riccardo Rossetti