Giovannino Guareschi

Giovannino Guareschi non ha bisogno di presentazioni, perché autore delle storie: più di 300, di don Camillo e Peppone, il prete e il sindaco della Bassa parmense, acerrimi nemici in campo politico ma sinceri amici in quello umano, dato che condividono fra loro odori e sapori della campagna emiliana, gioie e tristezze di quella regione attraversata dal fiume Po, tanto breve nel nome quanto lungo nella distanza, che percorrendo una parte consistente del territorio italiano ne determina lo sviluppo della terra e delle persone che lì ci vivono. Guareschi nacque a Fontanelle di Roccabianca il 1° maggio 1908, e morì a Cervia il 22 luglio 1968. Con i suoi venti milioni di copie vendute nel mondo si aggiudica l'invidiabile primato di scrittore più tradotto nel mondo. Guareschi, terminate le scuole superiori, si iscrisse all'università di Parma. Frattanto nel 1922 - anno funesto per l'Italia e, in seguito, per tutto il resto del mondo - incontra Cesare Zavattini nel convitto Maria Luigia di Parma, con lui stringe amicizia e in seguito quest'ultimo (primo di lì a poco fra gli sceneggiatori cinematografici italiani) lo chiamerà nel corso della seconda metà degli anni '20 alla "Gazzetta di Parma" dapprima come correttore di bozze, quindi proseguendo in qualità di caporedattore e autore di articoli, novelle, rubriche, disegni. Carriera non dissimile a quella del quasi coetaneo Giuseppe Marotta, classe 1902, che dal 1936 condividerà con lui l'avventura del giornale umoristico "Bertoldo", risposta milanese a quella romana del  "Marc'Aurelio". Inizialmente bisettimanale, in seguito settimanale, in capo a tre anni "Bertoldo" arriva a vendere anche 500.000 - 600.000 copie. Guareschi approda a Milano con la allora fidanzata Ennia Pallini stabilendosi dapprima in un monolocale in via Gustavo Modena e nel 1938 in un appartamento più grande in via Ciro Menotti. Nel 1943 il "Bertoldo" viene soppresso, e Guareschi arrestato per vilipendio a Mussolini. Dopo essersi rifiutato - lui monarchico doc - di disconoscere l'autorità del re, verrà imprigionato e inviato nei campi di prigionia tedeschi dapprima in Polonia e poi in Germania. Durante quel soggiorno forzato scrive il bellissimo "La favola di Natale" e, poco dopo essere stato liberato, l'altrettanto bellissimo "Italia provvisoria". Quindi, non volendo più saperne di collaborare a un nuovo "Bertoldo" decide di fondare "Candido", settimanale del sabato che dal 1945 al 1950 co-dirige con Giovanni Mosca e in seguito dirige da solo fino al 1957, per poi "semplicemente" collaborarvi fino al 1961, anno di chiusura del giornale. Collaborerà quindi al "Borghese", alla "Notte", ad "Oggi Illustrato". Nel 1968 gli viene proposta la direzione del nuovo "Candido", ma non fa in tempo ad accettare, ammesso che intenda farlo, perché la morte lo coglie durante una vacanza a Cervia, curioso paese romagnolo simile a un paese emiliano provvisto però di spiaggia e mare. Guareschi fu uno degli artefici della vittoria democristiana del 18 aprile 1948 ma non di una "obbedienza cieca, pronta, assoluta" nei confronti dei leader del partito che gli costerà, infatti, una condanna a oltre un anno di prigione. Il suo rapporto con Milano fu un rapporto di amore culminato nello splendido "La scoperta di Milano", uscito nel 1941, dove l'Autore descrive le meraviglie della città con lo sguardo di un uomo e l'animo di un ragazzo. Ma alla nebbia della città lombarda finì per preferire la nebbia della campagna emiliana, il suo calore pudicamente trattenuto dalla coltre di nebbia e riversato nel cuore degli abitanti. Di fede monarchica e soprattutto cristiana, pur capace di forti collere sebbene mitigate dal suo formidabile umorismo in decine e decine di articoli di fondo Guareschi fu uomo dolcissimo che dietro l'apparente carattere burbero accentuato dalla fine della guerra da un paio di severi baffoni seppe svolgere il ruolo di marito, padre e amico con profondo senso di responsabilità. Ci piace ricordare una frase da lui detta a proposito del figlio Alberto, a quel tempo ancora bambino. "Quando gli stringo la mano può sembrare che sia io a infondere sicurezza a lui, mentre invece è lui a infonderla a me". E poi il profondo amore che lo legava alla figlia Carlotta, nata quando lui si trovava ancora prigioniero dei tedeschi e che amava profondamente come ogni padre solitamente ama la propria figlia. Da lui soprannominata "Pasionaria", ne aveva fatto un personaggio di bambina terribile ma simpatica e non priva di buonsenso, buonsenso che Carlotta Guareschi sempre in sintonia con il fratello Alberto seppe mantenere per tutta la vita aiutando a mantenere in vita la memoria del padre.
Antonio Mecca