Giuseppe Marotta

Tra gli scrittori del Sud che Milano accolse e che si distinsero per il loro talento, uno dei primi posti spetta di sicuro a Giuseppe Marotta, nato a Napoli nel 1902 e qui morto nel 1963.

Marotta fu praticamente un autodidatta, avendo frequentato soltanto le scuole medie per poi prendere a lavorare  presso l'azienda del gas verificando i contatori degli utenti, una media di settanta al giorno sparsi nei vari punti della città. Di notte il ragazzo continuava gli studi inframmezzandoli con le sue prime, timide composizioni: poesie e racconti. Dopo avere inviato alcuni suoi scritti a diversi giornali che a volte glieli pubblicavano e qualcuno glielo pagavano, Marotta si avventura a Milano - capitale non solo morale ma anche corale per ciò che riguarda le diverse voci dell'editoria lì vigente - per tentare l'avventura letteraria. Nel corso del 1925 ci approda più di una volta, ogni volta per pochi giorni soltanto. Poi nel febbraio del 1926 l'addio: durato diversi anni alla sua adorata Napoli per entrare a lavorare presso Mondadori e Rizzoli, dapprima come correttore di bozze, in seguito come collaboratore e quindi come direttore di varie e variegate riviste, spesso di genere cinematografico. Alla nascita della rivista "Bertoldo" nel 1936, bisettimanale umoristico con sede a Milano come risposta al bisettimanale "Marc' Aurelio" con sede a Roma, Marotta entrerà a far parte della rivista voluta da Angelo Rizzoli in compagnia, fra gli altri, di un altro grande umorista e giornalista: Giovannino Guareschi, futuro padre di Don Camillo e Peppone. Quindi, a guerra iniziata, si trasferirà nella capitale effettiva mettendo il suo altrettanto capitale effettivo al servizio del settimanale "Film" e scrivendo anche alcune sceneggiature di film comici. Terminata la guerra farà ritorno a Milano, e fra i vari giornali che gli offriranno la collaborazione ci sarà il Corriere della Sera, sul quale comincia a pubblicare una serie di racconti di ambiente napoletano in gran parte autobiografici che nel 1947 l'editore Bompiani riunirà in volume intitolandolo "L'oro di Napoli". A Milano Marotta dedica tre libri: "A Milano non fa freddo", "Mal di galleria", "Le milanesi". Il primo è forse il più bello non perché scritto meglio, che tutti i libri di Marotta sono ben scritti, ma perché più poetico, perché ancora intriso dell'atmosfera dimessa e dismessa forse troppo presto dell'immediato dopoguerra, triste ma non priva di speranze soprattutto in chi ancora giovane e fiducioso nell'avvenire. A Milano Giuseppe Marotta - pur facendo definitivo ritorno a Napoli nel giugno del 1950 - resterà sempre legato da una sorta di cordone ombelicale mai del tutto reciso perché è qui che sarebbe nato come scrittore e nutrito anche a distanza da quella grande e generosa madre che la città lombarda sempre per lui sarebbe stata. Lo scrittore oggi è stato vergognosamente messo da parte perché già da anni una scrittura come la sua sembra quasi essere fonte di imbarazzo e non fonte di talento in editori e critici, quasi fosse una colpa lo scrivere bene con la giusta punteggiatura e l'assumere in prima persona la responsabilità di ciò che si pensa e si dice. Marotta è stato grande anche negli articoli: splendidi quelli di recensione cinematografica, e nelle risposte ai lettori, ricche di pensieri e metafore, ed è un peccato che ancora nessun editore abbia deciso di ricavare un corposo volume di questi scritti che rappresenterebbero senza dubbio alcuno una bella sorpresa  anche per i lettori più addentro nell'opera dello scrittore partenopeo.   
Antonio Mecca