Il racconto della domenica

HALLOWEEN CON BRIO, E LA GIORNATA COMINCIA

Dove si lascia sempre correre, vige il caos. Dovremmo sentirci tutti custodi delle regole di cui la società si è dotata. Per non ritornare alla barbarie. 

Ore 8.45 del 31 ottobre. Vano rialzato del primo vagone, sul regionale veloce di TreNord Milano-Verona.

Rintanato all'ultimo sedile, sono immerso nella lettura. Vicino al finestrino opposto che ho sulla destra, una tranquilla coppia contempla gli smartphone, senza neppure fiatare. Su un sedile della fila che ho davanti, un ragazzo africano contempla il paesaggio esterno, pensando ai fatti suoi. La fila davanti alla coppia è occupata per intero da un'altro ragazzo, pure lui africano, allungato a squadra su tre sedili. Ha avuto perlomeno la decenza di levarsi le scarpe e l'aria era tollerabile finché un finestrino è rimasto aperto, ma poi... È già passata un'addetta al controllo dei biglietti. Lui si è ricomposto e lei ha soprasseduto alla mancata timbratura del biglietto esibito, rimediando con la penna.

Non passano neanche cinque minuti e, in quella rara quiete dorata, si inserisce un fastidioso suono di radio ad alto volume. Quando mi alzo per rintracciare l'origine del rumore, finisco al sedile della fila davanti al tizio in calzini che, intanto, ha riassunto il suo comodo assetto a tre sedili e sonnecchia. Il nuovo arrivato, faccia colorata e barba bianca, con tutta probabilità è reduce della solita transumanza per riuscire a schivare il controllo biglietti. Ora, si culla indifferente nell'ascolto al telefonino di un notiziario nella sua lingua, incurante del volume che emette.

Quando gli chiedo pazientemente per quale ragione lo impone anche agli altri, un po' si risente e mi informa che le sue cuffiette sono rotte e deve ascoltarlo per forza così. Si sorprende, anzi, quando gli faccio rilevare che infastidisce me e gli altri, che non ci teniamo affatto a sentirlo. Mi chiede almeno tre volte come mai io non voglio ascoltarlo, senza riuscire proprio a capacitarsene. E non si scompone neppure quando lo invito a spostarsi almeno sul pianale della porta d'ingresso, se proprio intende perseverare.

Mi ritiro sconfitto al mio posto, riflettendo su quanto sia audace integrare chi non ha proprio il senso del vivere collettivo in occidente, del rispetto reciproco e dei limiti della libertà personale che comporta. Provo a riaprire il mio libro e vedo ridestarsi il tipo steso su un fianco che, con voce ben più alta del necessario e con una certa irruenza, fa notare nel suo italiano stentato che "ha ragione e deve spostarsi", ma il soggetto delle due asserzioni non riesco a farmelo chiarire. Giacché al mio "chi?" indica se stesso, decido di lasciarlo sfogare nel suo risentimento e nella tardiva solidarietà dettata, suppongo, dal comune colore di pelle col tipo che ho appena rimbrottato. E' per la medesima ragione, forse, che anche l'altro africano, che siede nella fila davanti alla mia, prova a inserirsi nella discussione, ritirandosene subito per mancanza di interlocutori.

Di leggere mi è passata la voglia, ma di essere importunato no.

Vedo passare veloce la giovane addetta ai controlli, diretta verso la cabina di guida. Al suo ritorno, mi rivolgo a lei, senza soverchie illusioni, per farle notare quel passeggero che infastidisce col volume alto del proprio apparecchio. "Sul treno non c'è qualcuno della sorveglianza?" chiedo speranzoso. "No, sono sola, purtroppo..."

Ma deve essere già bella carica dal giro di controllo appena terminato, perché si rivolge al disturbatore, senza troppi complimenti, e gli intima subito di usare le cuffiette o di spegnere l'aggeggio, per non dar fastidio agli altri passeggeri. Quello dietro si rificca addirittura le scarpe, in un gesto estremo, per protestare contro il torto che, a suo modo di vedere, sta subendo l'ascoltatore della radio. Alza subito la voce, e si infervora, e pretende - ora sì che si capisce - che sia io a spostarmi, perché, nella sua personale logica, se l'altro non ha il diritto di ascoltare la radio io non ho il diritto di leggere. E s'inviperisce ancora di più quando gli si fa notare che occupa ben più del suo posto, costringendo chi sale sul treno a vagare da una parte all'altra.

A quel punto, il piglio deciso e inaspettato dell'addetta che avevo coinvolto sorprende tutti. Interviene con fare più risoluto dei due uomini, ad un volume che sovrasta il loro e che fa sopraggiungere anche il macchinista. Poi, tenta invano di far capire quale manicomio diventerebbe il vagone se tutti utilizzassero apparecchi senza cuffie, ed è sempre lei che in breve zittisce tutti, radio compresa, e riporta l'ordine.

Passandomi accanto, ancora rossa in viso, non potendo rimproverarmi alcunché, dal momento che non ho proferito parola in tutte quelle escandescenze verbali, mi dice solo che, se voglio, posso spostarmi. "No, io sto bene qua…" rispondo, ovviamente. E passa oltre.

Trascorrono pochi minuti, alzo gli occhi e vedo le spalle di un paio di poliziotti che vanno a sistemarsi vicino alla porta, da cui tengono d'occhio la situazione. Nella concitazione del momento, non mi sono neanche accorto che abbiamo fatto una fermata e che sono saliti a bordo, prontamente allertati dalla signora in questione, appena il clima si è fatto rovente.

Complimenti davvero, per non aver voltato la testa dall'altra parte... E poi dicono "sesso debole"!

Leonardo Schiavone