Oreste Del Buono

Fra gli intellettuali innamorati della cultura popolare, quella cultura spesso snobbata, quando non apertamente derisa dai cervelloni, ma la più amata dalla gente semplice che sovente è poi quella più provvista di sale in zucca, Oreste Del Buono si può considerare di sicuro il capostipite.

Nato nel 1923 nella parte occidentale dell'isola d'Elba ed emigrato a Milano dapprima per studiare e poi per lavorare in qualità di editor presso varie case editrici, Del Buono nella sua lunga vita editoriale (morirà nel 2003, a Roma) fu tante cose e anche di più. Traduttore dall'inglese e dal francese, giornalista, narratore, critico cinematografico e televisivo. Fra le sue opere narrative si ricordano "I peggiori anni della nostra vita", "La vita sola", "Acqua alla gola", "Amici, amici degli amici, maestri". Quest'ultimo volume, dal titolo travisante, non parla di mafiosi e loro conniventi bensì di scrittori (qualcuno potrebbe affermare che entrambi sono la medesima cosa: nostra!), scrittori conosciuti dall'autore quali Marotta, Scerbanenco, Guareschi, ecc. Raccolta di ritratti pubblicati dapprima sulla rivista letteraria "Tuttolibri" riguarda autori di grande valore tutti o quasi tutti molto amati dai lettori delle riviste popolari o di libri del medesimo genere (fantascienza, poliziesco, umoristico, narrativa rosa). Del Buono era innamorato di questa narrativa, capace di far vibrare le corde del sentimento della gente, e sapientemente orchestrata da maestri del genere: quelli, appunto, del titolo in questione. Se poi, oltre a scrivere bene, il maestro era anche prolifico, tanto meglio. Ecco così le macchine per scrivere umane quali Scerbanenco, Guareschi, Gasperini erano sedurre e affascinare lo scrittore Del Buono, prolifico anch'egli per ciò che riguarda la scrittura di articoli, ma non per quanto riguarda la narrativa. Dai primi anni Settanta ai primi anni Ottanta Oreste Del Buono dirige la rivista a fumetti Linus, che ben presto diventerà non più la coperta dietro la quale nascondersi come il mitico personaggio creato da Schultz bensì lo stendardo, l'orifiamma da esibire con giusto orgoglio. Tranne in alcuni momenti, quando il direttore chiama a collaborarvi Jacovitti, considerato ormai da qualche tempo volgare, qualunquista quando non proprio fascista. Alla morte dell'amico Giuseppe Marotta, avvenuta nel 1963, Del Buono gli subentra nella critica cinematografica che lo scrittore napoletano teneva sul settimanale "L'Europeo" e in seguito, anni dopo, approda come recensore di programmi televisivi sul "Corriere della Sera". Un genere del quale il giornalista scrittore fu sempre appassionato è stato quello poliziesco, e fra gli autori di quest'ultimo quello che si può senza alcun dubbio alcuno considerare il primo in assoluto: Raymond Chandler. Fra lo scrittore americano creatore di Philip Marlowe e lo scrittore italiano creatore di varie rubriche, prefazioni varie, lancio di autori, ci fu da subito un duplice feeling. Nei riguardi di Chandler era un ammiratore del suo stile letterario; in quelli di Marlowe, personaggio inesistente ma talmente ben delineato da risultare più reale di tanti altri anche se poco realistico, ne condivise probabilmente l'idealismo, l'onestà e la vita solitaria. A Chandler, Del Buono dedicò molte delle sue intelligenti prefazioni e postfazioni, arrivando a curare l'edizione di due leggendari Omnibus pubblicati dalla Mondadori contenenti tutti e sette i romanzi con Marlowe protagonista più una selezione di racconti, articoli, lettere scritte dall'autore: americano di nascita ma inglese di formazione, che un po' come a suo tempo Manzoni il quale volle risciacquare la lingua lombarda in Arno, facendo ritorno in America risciacquò il suo fair-play inglese nello slang americano, traendone un ibrido squisitamente affascinante. Oreste Del Buono è stato una figura unica nel panorama della letteratura italiana, un milanese d'adozione che dalla capitale dell'industria culturale italiana molto ha preso e moltissimo ha restituito, arricchendolo della sua intelligenza, fantasia e soprattutto dell'amore sincero che nutriva e da cui si nutriva verso gli amati colleghi e amici. Perché l'amico degli amici maestri era infatti lui stesso, maestro a sua volta di quelli che sembrano: per la loro modestia, contare poco mentre invece sono in grado di insegnare molto senza dare l'impressione che lo stanno facendo facendo.

Antonio Mecca