Trascinati in un magico viaggio

Con le parole di Mariangela Cerrino

Vi sono scrittori di genere capaci di spaziare pressoché in ogni genere. È il caso: più unico che raro - per lo meno nel nostro Paese - di Mariangela Cerrino, che iniziò la sua carriera di scrittrice con il western per proseguire con la fantascienza e il fantasy, visto che la fantasia non è certo ciò che le manca, così come la modestia che la contraddistingue. Mariangela è una donna dall'aspetto fin troppo tranquillo, quasi pudico, che sembra ed è l'esatto contrario dei suoi personaggi maschili e femminili, squassati dalle passioni e rivolti - stravolti quasi - a un fine che giustifica il mezzo sino alla conclusione della vicenda narrata. Fine magari solo temporanea come alcuni suoi eroi western del calibro di Elja Mc Gowen o quelli del ciclo dell'anno Mille. Il nuovo romanzo di Mariangela Cerrino si intitola "L'alba di Alwayr", ed è il seguito de "L'ultima terra oscura", uscito nell'ormai lontano 1989. Anche questo è stato scritto in quell'epoca: 1990, ma vede la sua alba soltanto ora, circa trent'anni dopo, presso un nuovo editore il cui nome è Golem. Il libro: ottimamente stampato, narra con stile maturato da 25 anni di scrittura e altrettanti romanzi la storia di Bain, che si muove (quando non è prigioniero) sul pianeta Terra di un lontanissimo futuro, dove umani e cloni convivono a stretto contatto e non sempre d'amore e d'accordo. Spesso i personaggi si coprono il volto con delle maschere, così come nel Settecento si coprivano il capo con le parrucche. Ora la copertura è scesa fino alla faccia, cosa questa che andrebbe adottata anche in questo nostro triste presente, dove brutti visi continuano a imperversare con la tipica faccia di bronzo che li contraddistingue e li distingue -  negativamente, dagli onesti. Curioso questo futuro che è un passato speculare, un Medioevo più oscuro dell'originale e che potrebbe ricordare un martello misuratore di forza da luna-park dapprima salito fino alla vetta per poi ripiombare in basso. Così come la civiltà del romanzo: salita a vertici più o meno alti e poi ripiombata nell'oscurantismo, non tecnologico ma mentale. I personaggi del genere fantascientifico della scrittrice torinese si muovono come cavalieri dell'anno Mille all'interno di case-castelli e con indosso abiti non molto dissimili da quelli di quel lontano passato. Leggere di queste realtà che si spera non debbano finire per concretizzarsi è consolante per quanto riguarda il nostro mondo, che pur con tutti i suoi difetti risulta e risalta ben più godibile, sebbene varie e vaste fette del pianeta siano ancora in poche mani sudice proprio come nel Medio Evo e forse, anche nel lontano futuro. La scrittura di Mariangela Cerrino è sempre limpida, e "cola" (come spesso questo verbo si ritrova nel corso di questo romanzo) trattenendo le impurità della vicenda filtrandole con la limpida intelligenza dell'Autrice che in tanti anni ha saputo mantenere sempre alto il livello della sua scrittura. Un velo di malinconia pervade la storia e i suoi personaggi, e anche, l'Autrice stessa. È la consapevolezza di avere perduto anche quando si ha vinto, la nostalgia per un mondo che non c'è più e di cui permane solo il ricordo, magari tramandato nel corso dei secoli, o - meglio - nel viale ombreggiato dagli alberi presenti che ristorano dal caldo atroce di un sole spietato che mette a fuoco il presente impedendo di ripensare - se non all'ombra delle piante - a ciò che un tempo è stato. La speranza non sempre traspare né traspira dal finale delle storie di Mariangela Cerrino, e anche in questo romanzo così è. Ma al di là di questo ciò che conta è il lasciarsi trasportare: trasbordare è forse il termine giusto, dallo stile della scrittrice, solenne come il gesto del seminatore che getta i semi nel campo affinché nascano nuovi frutti dalla terra arata, o maestoso come l'ansa di un fiume le cui acque sono ricche di fauna ittica. Solo due esempi fra tutti, tratti da questo "L'alba di Alwayr": "La finestra al livello del suolo si era trasformata in un rettangolo di luce sporca; la calura umida del giorno pieno da lì colava all'interno invischiandosi nell'aria densa, e portando l'odore amaro delle radici aggrovigliate": "Non gli piaceva quel posto, perché tutte quelle cose morte da così tanto tempo sembravano in realtà ancora tanto vive da urlare con voci di cui poteva sentire il suono, se voleva sentirlo". Anche le scene di azione sono ben congegnate, e seppure non soffermandosi a descriverne le conseguenze più efferate risaltano per l'azione in sé stessa e per la sicurezza con la quale sono orchestrate, producendo una musica che ti trascina in un magico viaggio.    

Antonio Mecca