Nicoletta Lamberti

Affascinante nella sua traduzione letteraria

Per comprendere quello che dicono gli attori cinematografici stranieri è necessario che parlino con la lingua italiana dei nostri doppiatori. Gli scrittori invece fanno sentire la loro voce narrativa per mezzo di quella dei nostri traduttori, che sono (come spesso accade in questo nostro disgraziato Paese) fra le categorie artigianali migliori al mondo. Uno di questi traduttori è stato: perché adesso purtroppo non è più, essendo venuta a mancare e a mancarci, Nicoletta Lamberti. Nicoletta, che ho avuto l'onore di conoscere diciassette anni fa, e il piacere di esserle amico di lì a poco e fino all'ultimo, scambiando con lei centinaia di mail attraverso le quali la sua intelligenza, la sua cultura, la sua brillante verve venivano messe in risalto in lettere quasi sempre di discreta lunghezza e sempre di acuta intelligenza. Nicoletta Lamberti, nativa di Ferrara, ha tradotto dall'inglese decine e decine di libri, generalmente romanzi, ma anche biografie e saggi storici e, dal 1990, è stata la traduttrice ufficiale del grande scrittore americano Evan Hunter-Ed McBain.
Io che da sempre sono un appassionato ammiratore dello scrittore newyorkese perché da me e non certo solo da me considerato fra i più grandi narratori mondiali di polizieschi, le scrissi intorno al 2000 per avere la possibilità di scambiare due chiacchiere su di lui. E lei, dopo avere ricevuto la mia lettera recapitatale dalla Mondadori per la quale ha tradotto la quasi totalità dei libri assegnatili, mi telefonò più volte senza trovarmi. Al che una sera fui io a contattarla. Ricordo la sua voce: fresca, squillante, simpatica, giovanile con un delizioso accento emiliano. Quella fu la prima di non molte telefonate che ci scambiammo, preferendo da subito carta e penna per poi - di lì a poco - l'immediatezza del computer, che a un'apparente freddezza concede invece una chiarezza che spesso gli altri sistemi di scrittura non posseggono. Quando nel 2005 Hunter-McBain morì, di lì a poche settimane chiesi a Nicoletta di poterla incontrare, al che lei accettò con entusiasmo. Così ci vedemmo nella sua casa di Bologna, città dove allora abitava insieme al marito Enzo. Ricordo il suo apparire sul pianerottolo per darmi il benvenuto: una bella signora bionda, il cui aspetto fisico corrispondeva a ciò che la simpatica intensità della sua voce trasmetteva a chi la ascoltava. Dopo avere consumato un buon pasto da lei stessa cucinato, mi parlò di tante cose, tra le quali la sua amicizia con McBain, che ricordò con voce commossa. L'avrei rivista due anni dopo, sempre in casa sua ma questa volta a Ferrara, dove con Enzo si era nel frattempo trasferita. E dopo un altro pranzo, mi invitò a uscire con lei in visita alla sua bella e amata città. Prima e soprattutto dopo questo secondo incontro ci furono lettere su lettere vicendevolmente scambiateci, reciproci consigli su libri da leggere nonché qualche mio racconto da me inviatole e da lei letto, commentato e in un paio di occasioni anche grammaticalmente risistemato. Nicoletta lavorava molto e molto spesso anche d'estate, e oltre a McBain aveva tradotto pressoché tutti i romanzi di John Grisham nonché i primi sette romanzi di Madeleine Wiicham futura Sophie Kinsella. Insieme a due colleghe aveva poi lavorato al romanzo di Dan Brown "Inferno", ciascuna delle tre impegnata in un terzo dell'opera la cui traduzione era stata fatta segretamente in quel di Segrate, in una stanza messa a disposizione per questo dalla casa editrice Mondadori. Io che di tutto questo nulla sapevo, preoccupato del fatto che non rispondesse alle mie mail mi ero deciso a telefonarle a casa, dove mi aveva risposto il marito il quale mi aveva rassicurato: la moglie era al lavoro a Segrate. Amante della musica operistica, appena poteva Nicoletta era solita recarsi ai concerti proposti in Italia o all'estero, prendendomi ogni tanto affettuosamente in giro per il fatto che io non ero invece molto interessato a quel tipo di musica. Poi, un anno e mezzo fa, la scoperta di essersi ammalata gravemente e di dover sospendere il suo amato lavoro, che non era perché non poteva essere sola traduzione letterale bensì letteraria, come ogni buon traduttore sa. Anche le nostre lettere diminuirono: di quantità ma non di qualità, almeno da parte sua, ed io: sapendo che le poteva leggere seppure non rispondere, le scrivevo di frequente, al che lei rispondeva non appena i dolori provocateli dalla chemio si attenuavano. Usò parole comprensive quando la misi al corrente della morte di mio padre, probabilmente combattendo i dolori fisici che non dovevano di certo mancarle. Nella sua ultima lettera, dettata al marito, mi diceva di sperare di essere stata per me una buona amica. Sì, Nicoletta: sei stata per me una buona amica, un'amica buona che mi ha ripagato di tutte le cattiverie che non poche tue consorelle hanno saputo malignamente infliggermi e affliggermi. Le tue traduzioni: precise, corrette, azzeccate nei corrispettivi termini italiani utilizzati rimarranno per farci conoscere le opere di scrittori grandi e meno grandi, geniali e meno geniali ma tutte: come sempre, da te meravigliosamente tradotte. Perché meravigliosa eri anche tu: come donna, e come persona. 

Antonio Mecca