RICORDI - Il vermisat

Lungo il canale che si alimenta con le acque del Villoresi, prima di arrivare a Calderara, là dove, con un'ampia ansa, l'acqua scorre più veloce per i campi di Cusano verso Bresso, incontravo spesso Gennaro, un anziano napoletano, trasferitosi al nord nel primo dopoguerra. Si attardava lungo le sponde con un grosso paniere di vimini. Un giorno, in un misto dialettale napoletano-lombardo, mi parlò del suo lavoro. Si divertiva nel pronunciare parole in dialetto milanese e io ridacchiavo a sentire come le storpiava. Un giorno mi parlò dei vermisò e per aumentare la mia curiosità, aggiunse: gan de rangias: mi vu a ciapà i vermisò. Ogni domenica, al mattino presto, presso la Trattoria Ambrosiana a Niguarda, racimolava qualche soldo vendendo i vermisò ai pescatori che andavano a pescare nelle cave che circondavano Milano. Molte cave ricordavano le buche provocate dalle bombe dell'ultimo conflitto mondiale. Così scoprii un altro mestieri dei poveri cristi per arrotondare la misera pensione. Gennaro trovava i vermi lungo i fossi. Con un colpo rompeva il sottile strato di ghiaccio e prendeva la mama, la mama del freddo, da cui il proverbio: mama che frecc! Podi pu moi i mann. Gennaro riconosceva i vermi per la presenza di riccioli di terra bucherellati a forma di spirale, da non confonderli con i vermi di letame, piccoli e rossi. Appena raccolti li conservava in straccetti di seta che adagiava in un grosso paniere; li sciacquava per liberarli dal fango e sceglieva quelli rimasti interi per venderli ai pescatori. Quando incontravo Gennaro ricordavo la mia gioventù lungo i fossi della zona orticola di Venafro. Con amici cercavo rane e ranocchi. Prima di portare le rane al mercato dovevamo pelarle, tagliare la testa e le zampe. Io toglievo le budella e il fiele.

 Antonio Masi