RICORDI - Nobili e contadini in terra di Niguarda

Nelle cronache antiche si accenna, solo e sempre, a Niguarda come 'borgo contadino' fino all'epoca dei Comuni. Notizia certa è che nel 1510 il borgo venne saccheggiato e incendiato insieme a Bresso, Affori, Cinisello e Desio dagli Svizzeri al soldo della Lega Santa guidata dal Papa e dal Re di Spagna di ritorno da Milano, come riferisce Francesco Cusani in 'Storia di Milano'. Da questa data si hanno notizia solo di ospiti 'illustri' che vissero o soggiornarono a Niguarda.

Così sappiamo che Bernardino Corio, (1459-1512), cortigiano degli Sforza, trascorse la sua vita a Niguarda in una villa donatagli da Ludovico il Moro. E qui scrisse la sua 'Storia di Milano' “aiutato dalla quiete di Niguarda, ai nostri tempi un paesello distante da Milano, fuori da la Porta dicta Comasina duemila passi”. Nessun accenno alla vita miserevole dei contadini.

Molti sono gli scritti sul marchese, barone, cavaliere, nonché generale Antonio Giorgio Clerici che a Niguarda si fece costruire una 'casa di delizia' nella seconda metà del 1600, ampliata e terminata nel 1722 dal suo pronipote Antonio Giorgio Clerici. Anche costui era un blasonato che ci teneva ai titoli. Ne è testimonianza il suo testamento in cui raccomanda al suo erede di continuare la costruzione dell'oratorio di Niguarda. Ecco gli attributi che fa seguire alla sua firma: Marchese di Cavenago, Signore di Trecate, Barone di Suzzago, Feudatario di Cuggiano, Grande di Spada, Cavaliere supremo dell'Ordine di Toson d'Oro, Protettore dei beni della Santa Inquisizione, Patrizio milanese, Decurione della Città di Milano e di Como, Mastro di Campo nelle milizie urbane di Porta Comasina... e proprietario di un reggimento di cavalleria creato a proprie spese.

La “Villa di delizia” passò ai Conti Biglia e nel 1846 passò al nobile Francesco Melzi e... ma poi arrivò il 'quarantotto' e qualcosa cambiò. Ai contadini non bastarono più le rassicuranti descrizioni di Cesare Cantù: “Niguarda con saluberrima aria, deliziose ville, giardini e serre dove gaie brigate vi scorrevano belle stagioni e gli abitanti si danno all'agricoltura o lavorano su telai”. Era ancora una descrizione di persone della borghesia del tempo che vi transitava in carrozze con i loro cocchieri. I contadini discutevano dei contratti semifeudali che li legavano ai proprietari terrieri nobili, conti o marchesi.

I contadini dovevano dividere il raccolto secondo il contratto misto di mezzadria e di affitto a grano e in ogni atto scritto si ribadiva che il pagamento doveva essere solo in cereali. Nessun accenno alle spese di conduzione del fondo. La famiglia contadina doveva provvedere alla cura dei gelsi, alla loro sfogliatura, all'allevamento dei bachi, mentre il compito del proprietario tramite il fattore, era quello della vendita dei prodotti, e il ricavato veniva diviso a metà. Il meccanismo dello sfruttamento era evidente: le spese di coltivazione erano a carico del contadino, le imposte venivano divise a metà, a cui bisognava aggiungere l'obbligo delle primizie, delle regalie nelle feste religiose e civili e giornate gratuite per la cura della Villa del proprietario: agli eredi dei Clerici, dei Trotti si erano aggiunti i Melzi, i Fontana i Riva.

Le cronache del Partito Operaio a Milano registrano le prime agitazioni organizzate dei contadini del Nord Milano nella seconda metà dell'Ottocento. Nel 1860 i contadini niguardesi occuparono le aie armati di forche e si rifiutarono di consegnare ai proprietari il fitto in grano troppo gravoso. Arrivarono i carabinieri a sedare la rivolta, ma si arrivò a un accordo: furono soppresse le giornate gratuite e la possibilità di riscattare il fondo. Nella primavera del 1885, uno sciopero di contadini iniziato a Vimercate, si estese a Monza e a Nova Milanese fino ai comuni fuori della cerchia dei Corpi Santi, tra i quali Niguarda.

Il giornale socialista Sorgiamo, del 27 luglio 1895, riporta il malcontento della popolazione: “Certi sfruttatori reazionari a Niguarda si accanivano anche contro i contadini che simpatizzavano per la Società Edificatrice socialista. Il Conte Trotti non gradì la nomina di presidente del seggio elettorale di Niguarda conferita dalla Corte d'Appello al cooperatore socialista Luigi De Gasperi, facendo pressione sul sindaco professore Angelo Pavese, eletto nella sua lista di commercianti, fino a ottenere le dimissioni del De Gasperi”. Nel 1893 fu proprio il conte Trotti a rendersi responsabile di un grave sopruso: “A San San Martino (11 novembre) le famiglie di cooperatori Bergomi e Rovelli sono costrette a lasciare le loro abitazioni di proprietà Trotti, perché risultavano tra i fondatori della Società Edificatrice a proprietà indivisa di Niguarda”. Achille Ghiglione, in una sua memoria, ricorda il livore anticontadino e antisocialista della famiglia Trotti: “Il marchese si era opposto alla vendita del terreno di via Ornato 7 alla 'cooperativa dei russ'.

Nelle elezioni per il Consiglio comunale di Niguarda, svoltesi nel 1912, i contadini furono determinanti per l'affermazione della lista socialista contro la lista dei commercianti e proprietari terrieri con capolista Lodovico Trotti.

Antonio Masi