Il futuro di MIlano è tutto nei suoi quartieri

Giornata fredda. Molto fredda. Ma almeno sembra inverno; l’altra settimana la temperatura è giunta a sfiorare i 20° tant’è che, quando sono sceso di casa, ho creduto di aver dormito tre mesi.

Poca gente a Milano; ancora per poco visto che tra poco si tornerà alla normalità. Mi godo il rumore del silenzio e il cielo azzurro di Lombardia, quest’oggi davvero manzoniano: così bello quand’è bello, così splendido, così in pace. Da Via Fiamma riesco a scorgere le montagne.
Cammino tranquillo per il quartiere tra le vie dedicate ai nostri patrioti: Sottocorno, Bandiera, Mameli, Sciesa. I miei passi, leggeri e silenziosi, percorrono un piccolo itinerario risorgimentale. Aver consapevolezza di trovarmi dove un tempo si combatté perché io potessi godere di questa serena libertà, mi rassicura e mi fa sempre sentire bene.
Entro da Alberto, adattamento occidentale di un impronunciabile nome cinese, per un caffè. Gli anziani della zona sono già tutti lì a presidiare i tavolini e a contarsela su, assillando, come sempre, il povero gestore con le loro strampalate e numerose richieste. L’atmosfera è allegra e rilassata. Mi piacerebbe fermarmi un po’ ad ascoltare le bonarie imprecazioni e le argute considerazioni di quel gruppetto di attempati buontemponi ma devo passare assolutamente dal supermercato perché quando stamane ho aperto il frigo è risuonata una sinistra eco.
Un isolato più in là incontro la signora Sismondi, istituzione e memoria storica del quartiere. Novantun anni, bastone da passeggio e una mente talmente sveglia e sagace da farmi sembrare un rimbambito. Una donna minuta e coraggiosa, messa in ben più di un’occasione alla prova da una sorte che riesco solo a definire nefanda: solo pochi giorni or sono la vita le ha presentato nuovamente un conto spropositato e iniquo. Rimaniamo un attimo a parlare, tra battute per sdrammatizzare e auguri per il nuovo anno. Non posso fare a meno di ammirarla: la sua fierezza e il suo spirito sono a dir poco mitologici. Mi accommiato con affetto, ponendole delicatamente una mano sulle curve ma indomite spalle.
Sto ancora pensando a lei quando, dopo pochi metri, ecco Girolamo, il pittoresco super eroe di Porta Tosa: circa trent’anni, con una fissa per la tecnologia e i film d’azione. Fino a pochi anni addietro non era inusuale vederlo acquattarsi vicino alle strisce pedonali per poi lanciarsi spavaldo nell’attraversamento, con addosso un cappottone di pelle, inverno o estate che fosse, svolazzante come quello di Batman: ogni incrocio costituiva una nuova avventura e forse non aveva tutti i torti, data la pericolosità effettiva dell’operazione. A nulla è mai servito spiegargli che non capisco molto di tecnologia e cerco di divincolarmi gentilmente ma è un lampo, degno dei migliori pistoleri, nell’estrarre dalle tasche un paio di cellulari e a iniziare a decantarne i pregi. Freddato e al freddo, dieci minuti dopo la mia espressione è scolpita in un ghigno innaturale come quello del Joker, che oscilla tra la formale cortesia e il primo stadio dell’ipotermia. Con un gran ma garbato colpo di reni mi sottraggo alle sue grinfie, ripromettendomi di allenarmi di più in vista del prossimo duello.
Sento alle mie spalle una voce che mi chiama: è Roberto, un commerciante che conosco da una vita. Siamo sempre andati d’accordo e sono lieto di scambiarci due chiacchiere. Anni fa ero solito parcheggiare il motorino di fronte al suo negozio e nelle mattine di pioggia si premurava di coprirmi il sellino con un sacchetto di plastica: una delicata gentilezza che ancora ricordo con piacere. Rimaniamo un po’ a discorrere per poi salutarci calorosamente a quattro mani.
Mentre raggiungo il supermercato, noto che sono apparsi sui pali i soliti volantini di un gatto smarrito. Sembra incredibile, ma in coincidenza della vacanze natalizie o delle ferie estive, c’ è sempre un felino che prende il largo: un dato quasi scientifico. Poveri proprietari, penso tra me e me.
Finalmente carico di provvigioni e pronto a colmare il vuoto esistenziale del mio frigorifero, mi dirigo verso casa, incrociando sul mio percorso ancora un paio di persone. Si parla del tempo; della vita; di tutto e di niente. Ma sempre felici di farlo.
L’aria è pungente ma mi sento sereno e appagato: in pochi isolati ho avuto modo di incontrare la mia Milano. La Milano, schietta, sincera e calda più di qualsiasi coperta.
Qualcuno potrà pensare che in queste righe non abbia descritto nulla di straordinario o almeno degno di nota ma sarebbe in errore; la grandezza passata e il futuro di Milano sono tutti qui, nei suoi quartieri e nella gente che li abita. Finché la filosofia del quartiere resisterà e conserveremo la capacità di incontrarci, confrontarci e parlarci di persona, l’anima del capoluogo lombardo non verrà mai meno. Fossilizzandoci sui nostri computer e sui nostri cellulari, che di “social” nulla possiedono, stiamo rischiando di perdere l’abitudine a interagire con gli altri e a vederli troppo spesso come potenziali nemici anziché persone che, come noi, tribolano e arrancano come meglio possono. A che serve essere connessi costantemente con il resto del pianeta se non ci accorgiamo di ciò che abbiamo accanto?
Perciò, Buon Anno Milano; Buon Anno Milanesi. Nonostante il mondo sia in subbuglio e il domani più che mai incerto, sono sicuro che ce la faremo. Anche quando siamo stanchi, irritabili o demoralizzati, sforziamoci comunque di parlare sempre tra noi perché Insieme, guardandoci negli occhi, fianco a fianco, non avremo mai nulla da temere.
Riccardo Rossetti