Uno sguardo diverso sulla settimana della moda

“La moda è una forma di bruttezza così intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi”.

Con queste poco lusinghiere parole, Oscar Wilde, uomo raffinato e di impeccabile eleganza ma mai assoggettato alle tendenze della sua epoca, esprimeva la propria opinione sull'argomento.
Qui da noi ne sappiam qualcosa, anzi: troppo. Siamo così abituati a sentirci ripetere come un mantra che la moda porti con sé unicamente benefici, economici e di immagine, per tutti, che in molti han davvero cominciato a crederci. Fortunatamente, a Milano vivono e lavorano persone di buon senso che, con genuino pragmatismo lombardo, vedono i fatti per quello che sono.
Questa piccola indagine non vuole ne pretende porsi come un crogiolato controcanto, pregno di inutile disfattismo: di Savonarola, tracima già troppo la nostra politica. Solo una lucida e esauriente cronaca del nostro tempo.
Perché se TV e giornali, durante la settimana della moda, decantano la grandeur di Milano, i milanesi, eccetto alcune categorie lavorative in specifiche aree cittadine, non la celebrano; la subiscono.
Un traffico da girone dantesco che quando non rallenta le quotidiane mansioni lavorative, le blocca; improbabili e altezzosi personaggi vestiti da cartone animato che scorrazzano beati mentre gli altri tribolano; e una qualità dell’aria che rasenta a dir poco l’infamia. Avete notato che non si parla mai di quanto la settimana della moda impatti sull'inquinamento? Da una parte i mass media tacciono sulla questione, dall'altra, l’impressionante torma di gente, tra cui un numero di bambini in vertiginoso aumento, che assembra il padiglione di pneumologia Sacco del Policlinico, ringrazia.
Per cercare di carpire un quadro completo sulla questione, ho parlato con diverse categorie lavorative tra Porta Vittoria e Porta Venezia. Partiamo con i tassisti che, a quanto si dice, sono i primi beneficiari della settimana delle sfilate. In molti si sono detti soddisfatti ma, tra questi, un buon numero ha espresso un parere sorprendente. L’inumano traffico dei giorni scorsi, non solo impediva loro di accettare alcune chiamate per l’impossibilità di giungere in tempo, ma spesso erano costretti a litigare col cliente, furibondo per il prezzo della corsa: un percorso che di solito non supererebbe i dieci minuti, riusciva a oltrepassare la mezzora con conseguente aumento della tariffa. Quasi tutti si son dimostrati concordi sulla mancanza di educazione da parte di taluni griffati cafoni che, omettendo del tutto il basilare protocollo sociale di reciproca convivenza come “buon giorno”, “grazie” o “arrivederci”, non si staccavano mai dal cellulare se non per sentenziare al conducente l’indirizzo di destinazione.
Alcuni ragazzi, camerieri presso una nota catena di ristoranti, hanno messo in luce un sistema lavorativo di cui si parla troppo poco e che sta prendendo sempre più piede: turni lavorativi da tredici, quattordici ore senza che venissero riconosciuti loro gli straordinari. Giovani svegli, intelligenti, tra i quali parecchi laureati, sfruttati e avviliti da un mondo del lavoro iniquo. Mentre i datori di lavoro gongolavano per gli introiti, i loro dipendenti concludevano la giornata stanchi nel corpo e scoraggiati nello spirito: per non parlare delle loro tasche, vuote come le loro speranze.
In un paio di bar adiacenti corso Buenos Aires, non proprio periferia, mi è stato fatto notare che durante questo periodo si lavorava meno perché la gente migrava in massa nelle zone della modaiola movida, con una conseguente perdita di ricavi.
Sono anche entrato in un’erboristeria, in una zona dove gli show room superano il numero delle panetterie, gestita da due simpatiche ragazze; balsami, creme e profumi, mi son detto, dovrebbero attrarre numerosi turisti a caccia di un vezzoso ricordo. E in effetti, così mi è stato riferito ma con un verdetto decisamente al di sotto delle mie aspettative e, soprattutto, a quelle delle gestrici.
Da quel che è emerso, se una parte, non poi così cospicua, di milanesi esulta con l’arrivo del circo in città, l’altra gioisce egualmente, se non maggiormente, quando leva le tende.
A ogni modo, fino a Settembre venturo, possiam tirare tutti un sospiro di sollievo: non troppo profondo sennò si rischia l’enfisema. Di bruttezze e brutture, umane più che estetiche, se ne son viste fin troppe. Peccato non poterle cambiare tanto facilmente quanto le vacue e transitorie tendenze.
Riccardo Rossetti