Philip Marlowe il personaggio di Raymond Chandler

Philip Marlowe il personaggio di Raymond Chandler, che alcuni scrittori hanno tentato di resuscitare

Vi sono scrittori dai quali risulta molto difficile distaccarsi, soprattutto se hanno scritto poco e quel poco risulta molto importante per noi lettori. Uno fra questi è Raymond Chandler, il creatore di Philip Marlowe, detective privato tanto poco credibile nella realtà quanto ben delineato nella finzione letteraria. Chandler scrisse solo sette romanzi e un racconto con il personaggio Marlowe, dal 1938 al 1958, pubblicando il primo nel 1939 e l'ultimo nel 1959. Era quindi fatale che di lì a qualche tempo il personaggio del detective californiano sarebbe stato ripreso da altri scrittori, americani e non. Il primo a ripescare Philip Marlowe dal mare della letteratura poliziesca fu l'argentino Osvaldo Soriano, che nel 1973: a quattordici anni dalla scomparsa di Chandler e a venti dalla comparsa del suo capolavoro "Il lungo addio", scrive un romanzo dal titolo: "Triste, solitario y final". La storia, narrata in terza persona, vede il vecchio comico Stan Laurel presentarsi nell'ufficio di un Philip Marlowe ormai cinquantenne (siamo a metà degli anni '60, quando Stan Laurel ha 75 anni) per ingaggiarlo affinché il detective cerchi di scoprire per quale motivo lui: comico famoso e conosciuto ancora adesso, non riceva più contratti di lavoro. La storia si dipana così prendendo un moto sempre più convulso da comica finale, non disgiunta da malinconia verso un mondo e i suoi personaggi ormai defunti o irrimediabilmente invecchiati. Marlowe, grazie alla bravura di Soriano, rivive nelle battute: spesso davvero molto efficaci, e nella sua irrimediabile malinconia, che poi era quella di Chandler stesso, un sentimentale costretto a nascondersi dietro una nuvola di sarcasmo dalla quale saettavano spesso fulminanti battute. Nel 1988, in occasione del centenario della sua nascita e del cinquantenario di quella del suo eroe, ecco apparire una splendida antologia di racconti commissionati a 23 scrittori di polizieschi tra i quali Max Allan Collins (che apre le danze ambientando la sua storia nel 1935) due donne: Sara Paretsky e Julie Smith, le quali fanno agire Marlowe nella prima metà degli anni '40, nonché Stuart Kaminsky e Simon Brett nei primi anni '50. E proprio il racconto di quest'ultimo: "Stardust Kill", e quello precedente di John Lutz: "Star Bright", risultano a parere di chi scrive i migliori dell'antologia, la quale si conclude con un racconto dello stesso Chandler: "La matita", pubblicato per la prima volta, postumo, nella primavera del 1959. Sarebbe stato necessario affidare al vincitore di questa antologia il compito di scrivere almeno un romanzo con Marlowe, ma l'editoria ha i suoi misteri che spesso noi lettori non riusciamo a comprendere. Così, nel 1989, a trent'anni esatti dalla scomparsa di Chandler, ecco affidare a Robert B. Parker, un bravo scrittore di polizieschi, creatore del simpatico detective privato Spencer che esordisce nel 1973 pure lui, il prosieguo di "Poodle Springs Story", quello cioè che avrebbe dovuto essere l'ottavo romanzo con Marlowe se Chandler, privo probabilmente di ispirazione, non avesse gettato la spugna: vale a dire se stesso, visto che purtroppo beveva come una spugna, abbandonando l'abbozzo di storia già scritto - una decina di pagine, dove si apprendeva che il suo investigatore aveva finito per sposare la ricca milionaria: in dollari, Linda Loring Potter e seguirla nella sua ricca casa di Palm Springs, dove lei vorrebbe vivere con lui un'esistenza fatta di amore perenne e perenne vacanza mentre lui avrà con lei una resistenza dovuta alla sua persistenza nel voler proseguire la sua attività di investigatore. Parker lascia i primi quattro scarni capitoli scritti da Chandler - quasi un abbozzo della vicenda - per proseguire con una storia che non si capisce con precisione in quale epoca sia ambientata (ma di sicuro lo ha fatto di proposito) e che potrebbe essere la fine degli anni '50 o gli inizi dei '60 o anche oltre. Parker se la cava benissimo nell'imitare lo stile di Chandler, producendo buone battute e interessanti similitudini, come questa: "...feci qualche passo e improvvisamente mi trovai al freddo. Era piacevole, dopo la spietata calura del deserto, e nello stesso tempo aveva qualcosa di falso, come il tocco leggero di un imbalsamatore". Se non è Chandler, poco ci manca. La storia si conclude con la separazione consensuale fra Linda e Philip, così come probabilmente anche Chandler avrebbe optato, ma non con la fine della loro storia d'amore. Il secondo romanzo invece: "Forse sognare", è ambientato dopo "Il grande sonno", primo romanzo di Chandler, quindi presumibilmente intorno ai primi anni '40. Qui Marlowe è assunto per ritrovare Carmen, la schizofrenica figlia minore e minorata del generale Sternwood fuggita dalla clinica per malattie mentali nella quale era ricoverata. Parker sceglie di alternare, alle sue, alcune pagine - forse troppe - di Chandler tratte da "Il grande sonno", ma forse questo espediente finisce per rivelarsi non proprio vincente perché spezza un po' troppo la trama. Dopo molti anni, precisamente nel 2014, ecco apparire un nuovo romanzo con Marlowe, scritto dall'irlandese John Banville, che lo firma con lo pseudonimo di Benjamin Black. Il titolo datogli: "La bionda dagli occhi neri", lo ha di sicuro volutamente ricavare da una possibile serie di titoli che Chandler aveva segnato nei suoi diari. Fra questi, "The black-eyed blonde". La vicenda è ambientata dopo quella de "Il lungo addio", quindi nella seconda metà degli anni '50. Marlowe riceve l'ingaggio da parte di una bella e ricca milionaria (sempre in dollari) perché scopra la fine fatta dal suo amante. Si scoprirà alla fine del romanzo che il vero amante è un altro uomo, che Marlowe ha conosciuto bene alcuni anni prima. Lo stile anche qui è aderente a quello di Chandler, ma sarà che sono passati molti, troppi anni dalla scomparsa del grande scrittore americano, e quindi la rievocazione risulta sempre più difficile, perché dove prima era in un certo modo naturale agire in una certa maniera qui invece risulta sempre un po' artefatto; sarà che di Chandler ce ne sia stato uno soltanto, fatto sta che il risultato non è mai davvero soddisfacente. Quindi: dopo uno scrittore argentino, uno americano, uno irlandese, pur ottenendo da loro discreti risultati, l'insieme finisce inevitabilmente per deludere. Generalmente si affrontano questi romanzi con affettuosa curiosità, divertendosi e commuovendosi anche; ma, a mano a mano che la lettura prosegue, si finisce per non ottenere quello di cui si sperava all'inizio: la resurrezione del personaggio e del suo creatore, quasi i nuovi scrittori chiamati a farli rivivere siano dei medium non abbastanza in gamba nonostante l'ausilio del tavolo a tre gambe di cui sono soliti disporre. 

Antonio Mecca