Luca Minola

Luca Minola è nato a Bergamo nel 1985.

Laureato in Scienze Umanistiche a indirizzo letterario, nel 2012 ha pubblicato, insieme a Francesco Maria Tipaldi, Il sentimento dei vitelli, per la nostra collana «Poesia di ricerca». Un libro che è già alla terza ristampa, vincitore del premio Sea/Maconi. Collabora come critico per diversi blog e insegna nella scuola pubblica. Un’anticipazione del suo nuovo lavoro è uscito nel Bisestile di poesia 2016. È stato tra i finalisti del Premio Cetonaverde 2015. Il suo è un orizzonte decisamente lombardo, con ritmi e modi che ricordano l’accento più beato di Giampiero Neri o certi lampi de La solitudine e gli altri: «modellano le strade / e il paesaggio è arrestato». Una voce che diventa «radiazione». Non rimangono che «misure di contatto, pressioni dell’aria». Anche i colori sono quelli della pittura del nord, quella di Segantini, di Banchieri, di Ossola. Dell’«azzurro spinto al massimo», dove «si brucia il verde delle foglie». Intuizioni delicate che lasciano immaginare uno «spazio ingrossato fra le strade / pronunciate e costruite», una dimensione misteriosa e seducente. Con uno studio ossessivo sulla luce («Se irradia è solo luce», «Luce stravolta nello stile») alla maniera degli antichi pittori, partendo da un fondo scuro, mette a fuoco i dettagli: «le ore dei nottambuli / quando la casa è passata dall’abito… il sonno che riproduce l’abbondanza». L’indagine rischiara sostanze che, «piene di radiazioni, / portano il filtraggio, lo spurgo / dalle lunghe ore di sonno». Mette in luce i «punti deboli», perfino come «vibrano lucide le mucose profondissime», per puntualizzare che «Le pupille non trattengono, rilasciano / luce insistente sulle zone, pressioni» e «lo spazio è nocivo». La poesia «Forma stagni molli, inutili ambienti, / catastrofi e centimetri», ma cerca anche «di migliorare il cielo». Nei suoi testi la realtà mostra risvolti inaspettati - “La primavera mi cresce dentro/la mia casa è una foresta di ragioni”, “Il silenzio dei grigi/da ascoltare” - non senza ironia:


La città era tutta

stesa nei panni

quando scrissero: cielo

andammo incontro

alla schiena dei monti,

era impossibile

rendere cielo il cielo.


*


Non ero io

oltre la penombra

a portarti le mani lì,

verso il seno

stupendo e rifatto.