Wilderbeast

Jack Underwood, giovanissimo poeta inglese dell’84, ha al suo attivo un’importante pubblicazione per Faber&Faber.
Con Francesca Moccia, autrice italiana ormai riconosciuta da importanti scelte editoriali, ha recentemente pubblicato Wilderbeast nella nostra collana Poesia di ricerca.

La voce di Underwood è allegra, arguta e sagace, ma anche allucinata, densa, enigmatica. I suoi temi sono universali: l’identità, le relazioni umane, le seduzioni del corpo. E tutta l’opera è attraversata da un bestiario incantato, ironico e inquietante. Il poeta è un notaio del senso, brillante, colto e diretto ma non appiattito sulla prosa o sul diario. I concetti e le immagini si inseriscono in una struttura stabile e tuttavia biologica, come certi quadri di Sutherland o alcune poesie di Elisabeth Bishop, Michael Donaghy e Charles Simic. 
La crudele precisione («cruel accuracy») delle immagini scalderà anche le menti più fredde. Impossibile non pensare agli orizzonti infernali danteschi. Allungata in metri ampi, allitterativi e metaforici, piuttosto che celebrativi o cantilenanti, l’idea usa ogni mezzo, anche l’enjambent, per spingere il segno nei binari del sogno, aderendo disperatamente ai contorni delle cose. 

Love poem to myself

Your basic appetites and pale feet renew 
my faith in evolution; when you slide drunk 
into a bath all the palm trees in Miami burn; 
when I think about your nervous system, 
its black market of strands, tearing electrics, 
I feel outwardly stupid; I love you, I say and
the room rings as if the air around my skin 
were the rind of something citrus. 


Poesia d’amore per me stesso

I tuoi appetiti basici e i tuoi piedi pallidi rinnovano
la mia fede nell’evoluzione; quando scivoli ubriaco
nella vasca tutte le palme di Miami bruciano;
quando penso al tuo sistema nervoso,
al suo mercato nero di filati, circuiti elettrificati,
mi sento esternamente stupido; ti amo, dico e
la stanza suona come se l’aria intorno alla mia pelle
fosse la scorza di qualcosa di citrico.