Il razzismo e la politica

Ci è pervenuto da Patrizia Toia

C’è da chiedersi perché, quando ci troviamo di fronte a raccapriccianti episodi di razzismo come quello avvenuto a Fermo, tutti puntano il dito contro l’aggressore (e giustamente) ma non si riesce a trovare l’unanimità e l’intelligenza degli animi necessaria, nel dibattito pubblico e in Parlamento, per denunciare e condannare anche la follia di una società che continua ad allevare in casa “la belva feroce” dell’odio razziale? Di fronte al brutale omicidio di Emmanuel Chidi Namdi non bastano le parole per esprimere il dolore, lo sdegno e la vergogna di un intero Paese. 
La storia tragica di questa giovane coppia nigeriana mette in discussione i valori di base di un’intera civiltà e scuote le fondamenta della democrazia italiana ed europea più ancora in profondità di quanto non faccia la Brexit o il crollo delle borse. 
Ha fatto benissimo il Governo ad essere presente a Fermo. Ci sono tre cose che vanno dette con chiarezza.
Innanzitutto Emmanuel Chidi Namdi non è morto soltanto in seguito a una rissa o a causa della violenza di un pazzo. E’ morto in seguito ad una aggressione omicida aggravata dai motivi razziali. Questo va detto e va ripetuto ad alta voce. Ogni violenza e ogni omicidio è deprecabile, va condannato e punito.
Ma la violenza e l’omicidio aggravato da motivi razziali è qualcosa di ancora più grave, perché è un male che infetta persone e comunità. La legge italiana riconosce questa fattispecie, ma la legge è scritta su dei pezzi di carta.
Tocca alle persone in carne e ossa interpretare e applicare fino in fondo le leggi. In secondo luogo bisogna riconoscere che certi insulti razzisti non spuntano per caso un giorno d’estate sulle labbra di una persona, così come l’odio razziale non è un fenomeno naturale o l’inevitabile conseguenza dell’immigrazione.
Il razzismo (ecco la bestia feroce incoscientemente o coscientemente allevata tra noi) è un prodotto sociale, creato, riprodotto e coltivato da un’intera società, così come lo è la violenza, a prescindere delle opinioni diverse che si possono avere sull’immigrazione. La politica ha una grandissima responsabilità perché è la politica a definire nel suo linguaggio e nelle sue azioni il confine del lecito. La Lega Nord e la “destra lepenista” sono responsabili di aver sdoganato e normalizzato il razzismo più becero. In passato è stato il leghista Roberto Calderoli a insultare l’eurodeputata e allora ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge per il colore della sua pelle. L’altro giorno è stato il leader della Lega Matteo Salvini a condannare l’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi aggiungendo che questo è la logica conseguenza dell’immigrazione incontrollata.
Sono parole gravissime, che tentano di trasformare un omicidio razzista da condannare senza “Se” e senza “Ma” in un vigliacco atto politico. Significa minimizzare, giustificare e concedere le attenuanti ai tantissimi episodi di razzismo che avvengono ogni giorno in Italia. In terzo luogo, infine, bisogna riconoscere che in Italia il razzismo è un problema. Non è normale che in un Paese europeo, che per altro è impegnato in prima linea per scrivere le regole dell’Ue sull’immigrazione, una ex ministra ed eurodeputata debba girare con la scorta, non per le sue opinioni politiche, ma per il colore della sua pelle. Dobbiamo reagire perché, come ha detto come Nelson Mandela, nessuno nasce odiando i propri simili a causa della razza, della religione o della classe alla quale appartengono. Gli uomini imparano a odiare, e se possono imparare a odiare, possono anche imparare ad amare, perché l’amore, per il cuore umano, è più naturale dell’odio.