Sarto per signora

Al teatro Manzoni è di scena "Sarto per signora", commedia rappresentata in Francia per la prima volta dal suo autore Georges Feydeau nel 1886, quando aveva solo 24 anni.

Feydeau è stato uno dei più popolari e prolifici commediografi (oltre cinquanta lavori) del teatro brillante francese, creando perfetti congegni dal ritmo frenetico e dal dialogo brillante. Eduardo Scarpetta, padre dei tre fratelli De Filippo ne ridusse in dialetto napoletano quattro: "L'albergo del libero scambio", "La palla al piede", "Il tacchino", "La dama di Chez-Maxims". C'è sempre stata una certa affinità fra il teatro francese e quello napoletano, perché in entrambi è spesso la farsa a prevalere, come tante volte succede nella vita che di solito è una commedia la quale a volte degenera in tragedia ma più spesso in farsa. Peccato che in questa versione c'è la diversione degli accenti di provenienza dialettale che alcuni attori propongono al pubblico: pugliese, ligure, napoletano. Una scelta che non tutti approvano ma che purtroppo ogni tanto accade, come nella trasposizione de "La presidentessa" con Sabrina Ferilli e Maurizio Nichetti, trasportata dalla Francia dell'Ottocento all'Italia dei primi del Novecento, da Parigi a un paesino laziale. Oppure alla famosissima "Quando la moglie è in vacanza", film del 1955 trasportato alla Roma dei giorni nostri. Così se lì avevamo la splendida Marilyn Monroe alla quale uno sbuffo di vapore sollevava la gonna proveniente da una grata del selciato qui abbiamo una Elena Santarelli alla quale un buffo accento ciociaro faceva venir voglia di sollevarle la gonna fino a coprirle la bocca per non sentire oltre. Meglio quindi una vecchia edizione televisiva del capolavoro di Feydeau realizzata nel 1979 dal regista Paolo Cavara e girata in pellicola, dove uno strepitoso Alberto Lionello impersonava il dottor Moulineaux, affiancato dalle splendide Maria Rosaria Omaggio, Lia Tanzi, e dagli eccellenti Giusi Raspani Dandolo e Mico Cundari. Qui accenti coloriti non ce ne sono; ci basta il colore della pellicola e la splendida musica di Filippo Trecca, agrodolce al punto giusto. Perché è la recitazione che conta, svolta nel più onesto dei modi, senza strizzate d'occhio a un pubblico che si pensa abituato a ben altre estrosità. 
Antonio Mecca