RECLUSE, UNO SGUARDO DI FUTURO

Un percorso di ricerca nelle carceri femminili

Alla Casa delle Donne di Milano, il 1 dicembre Bibliomediateca e Libr@rsi hanno presentato “Recluse. Studi e riflessioni sulla detenzione femminile in Italia” di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa, un percorso di ricerca-azione che ha adottato lo sguardo della differenza femminile sul carcere, per raccontare e analizzare criticamente cosa sia l’esperienza di detenzione delle donne partendo dalla loro voce. Le carceri femminili campione d’analisi sono quelle della Toscana tra il 2013 e il 2014, nel 2017-2018 una nuova ricerca e intervento sulle detenute di Sollicciano, Firenze e Pisa con un laboratorio di empowerment.
La ricerca nasce  - hanno detto le autrici - dalla conoscenza di episodi di autolesionismo e di suicidio in carcere, per avviare un modello di intervento preventivo, di contenimento della sofferenza e di promozione della salute; si sviluppa come un’analisi qualitativa del vissuto della detenzione femminile; restituisce un’immagine nitida e veritiera della realtà della pena detentiva”.

Le detenute sono una componente marginale della popolazione penitenziaria prevalentemente maschile, in funzione della quale gli istituti di pena sono stati pensati, costruiti e disciplinati. Sono il 4% del totale, circa 2500.
I loro reati sono contro il patrimonio e a causa della legge sulle droghe, in misura minore, reati contro la persona, ma sono sottoposte a detenzione cautelare percentualmente più degli uomini, soprattutto se sono straniere. È difficile avere una quadro della detenzione femminile, perché molti dati non vengono presentati disaggregati per genere. Sono poche, dunque, le donne, ma quando esse ne parlano in prima persona accendono un faro su tutto il carcere. È infatti proprio sulle donne (e sui minori) che storicamente è andata prendendo forma la moderna detenzione basata sul modello trattamentale, quello per cui la pena mira al “recupero” più che alla punizione. Ma le donne non smettono di denunciare minorazione e infantilizzazione, spossessamento dell’autonomia, sottrazione quotidiana del governo di sé, spersonalizzazione, insieme alla sofferenza della reclusione, della separazione tout court. Ne esce una mappa del dolore ma anche una straordinaria geografia della forza delle donne, fatta di consapevolezze, di responsabilità, di desideri, di capacità di cura di sé e delle altre anche dentro una cella, di costruzione di relazioni. La forza delle donne, la loro soggettività e il loro sguardo critico dicono che si può pensare a forme alternative al carcere più come diritti che come premi con pochi diritti, si possono moltiplicare le pari opportunità per la ripresa delle vita libera, si possono garantire le relazioni affettive e la loro continuità e invitare alla sperimentazione di condizioni migliori e innovative, che potrebbero poi essere guida per l’intero mondo carcerario. 

E compare sulle donne sempre la "doppia stigma", stigma perché ree, stigma perché donne: la vecchia idea, che oltre alla trasgressione del codice penale vi sia anche la trasgressione dei “codici di genere”, di una certa idea di cosa sia e debba essere “femminile”, non è ancora morta. E questo pesa tanto e crea un comune filo rosso tra “dentro e fuori”, tra donne libere e donne detenute, che sembra difficile da eliminare.

                                                                                                                                 Giusi De Roma