RIBELLI CONTRO LA BELLEZZA

Distruggono i cosmetici, si tagliano i capelli, rinunciano alle operazioni di chirurgia estetica, sono le donne coreane che portano avanti sul web una ribellione contro i requisiti ideali di bellezza da cui dipendono la loro felicità matrimoniale e la loro carriera professionale. Questi canoni di bellezza femminile costano tempo, soldi, sofferenza, sono accompagnati da un profondo senso di imperfezione e sono uno strumento del patriarcato coreano. Ancora forte nonostante le attuali campagne pubblicitarie e il movimento #MeToo.
L’attivista Lina Bae su You-Tube ha postato un video “I am not pretty” (Io non sono carina) con 5 milioni di visualizzazioni su Instagram e 340mila like. Nel video Bae si applica ciglia folte e trucco pesante sul volto, poi si toglie il trucco e dichiara: “Non sono carina, ma va bene lo stesso. Ognuno di noi è unico a modo suo”. Altre donne mostrano su Instagram le immagini dei prodotti di bellezza distrutti e spiegano perché, d'ora in poi, smetteranno di truccarsi.
Vari sono i volti della protesta: all'inizio dell'anno sulle prime pagine dei giornali è comparso l'appello di una lettrice a scegliere di portare gli occhiali invece delle lenti a contatto. Sul suo profilo Instagram - 6_ feminist_ 9 - ammette di aver sofferto di poca autostima e di aver sempre sentito il bisogno di doversi truccare prima di uscire di casa.
La protesta è nata nel Paese definito il "paradiso dei trattamenti di bellezza", la Corea del Sud dove la chirurgia estetica prospera. Una donna su tre ha alle spalle almeno un intervento, mentre il valore dell'industria dei prodotti e dei trattamenti di bellezza, il cosiddetto K- Beauty, è stimato tra 18 e 24 miliardi di dollari. Le coreane sono furiose, come le giapponesi, vivono in un Paese moderno, sul cui mercato compaiono sempre nuovi modelli di smartphone e auto, ma la cultura patriarcale le tiene sotto controllo. Nella graduatoria sulla parità dei sessi del World Economic Forum, la Corea del Sud, Paese di 51 milioni di abitanti, si trova al 116° posto su 144 Paesi. Sono spesso ben istruite, potrebbero essere più autonome, ma la loro emancipazione viene rallentata da una forte pressione sociale che le spinge a mettersi a dieta e a sottoporsi a interventi di chirurgia estetica. Soddisfare i canoni di bellezza è un processo molto costoso e alcune donne si ritrovano con debiti a tassi da usura. Questa pressione si manifesta già in età scolastica e la cultura di massa con le serie tv che mostrano come la vita delle protagoniste cambi grazie alla chirurgia estetica fa il resto. Questa non è la prima ribellione di quest'anno. Prima le coreane avevano protestato contro le telecamere nascoste nei bagni pubblici e negli spogliatoi, le cui registrazioni finiscono poi su Internet nella categoria "spy-cam porn".
E anche se il portale web femminista Womad ha deciso di prendersi una sorta di rivincita pubblicando fotografie di uomini nudi, fatte senza il loro permesso, la polizia ha arrestato la redattrice della pagina. Le femministe si nascondono dietro a delle maschere, uscendo di casa, hanno paura della polizia. «Veniamo ridicolizzate o licenziate solo perché abbiamo il coraggio di parlare», dice una di loro. «Le donne possono sopravvivere solo vivendo nell'anonimato perché sono gli uomini a governare questa società».
Ma queste donne coraggiose non vogliono darsi per vinte. E, a volte, riescono a ottenere dei successi, come nel 2017, quando la metro di Seoul con 22 linee ha deciso di non pubblicizzare più le cliniche di chirurgia estetica a sostegno dello slogan “Libere di non essere carine”.

Giusi De Roma