Milanes spettasciaa o minga tropp

Luciano Colombo è un poeta colto, con una forte passione per la filologia oltre che per la storia, grande e minuta, della sua Milano. A differenza di altri poeti moderni invaghiti del dialetto, Colombo non si è adagiato su un milanese approssimativo e non ha voluto coniare un proprio personale dialetto. La lingua di riferimento della sua parola poetica è, in larga misura, quella del Porta. La sua poesia si innesta così nella più bell’acqua della grande tradizione milanese, quella dei Navigli di una volta, prima dell’industria e dell’inquinamento. Ma Colombo è anche un uomo ben immerso nel suo tempo e perciò colpisce nella sua poesia l’emergere di molti problemi dell’oggi. Tutto questo produce una sorta di straniamento in chi legge, l’idea di un Porta redivivo, attuale, che canta vie ed eventi, monumenti e memorie della città che viviamo, senza troppe nostalgie, senza passatismo o aneddotica.
La visione del mondo, della città, è frutto della ragione e della cultura dell’Autore, ma il cuore ce lo mette il dialetto. Al cuore, in Colombo, è legata in qualche modo la teoria pascoliana della cosiddetta “lingua della madre”. 
Ciò consente il miracolo di questa poesia: non dover andare a caccia del tono popolare per reinventarlo, non doversi rifugiare nei proverbi e nei luoghi comuni della milanesità, ma guardare alla città, alle sue storie e alla sua storia con gli occhi del nostro tempo, con la freschezza di una poesia che scaturisce dalle profondità della lingua e della storia.