Il Ponte Morandi di Genova... insegni

La disgrazia che poche settimane fa ha colpito la città di Genova con il crollo del ponte Morandi, causando la morte di 43 persone, il ferimento nel fisico di molte altre e nello spirito di quasi tutte sta a dimostrare una volta ancora - se ancora mai ce ne fosse stato bisogno - la mala amministrazione della cosa pubblica spesso inquinata dalla cosa nostra. Perché complicità ci sono state di certo, ma anche e specialmente ignavia e menefreghismo nei controlli che non solo non avvenivano spesso ma neppure di rado o che se avvenivano non venivano raccolti da chi di competenza, in nome di quel tirare a campare che contraddistingue nonché distingue in negativo, la negativa del nostro bellissimo quanto disgraziato Paese. Un ponte costruito nella seconda metà degli anni Sessanta del Novecento, al di sopra di alcuni palazzi risalenti a dieci anni prima. E come si sia potuto edificare sopra case già preesistenti è cosa che lascia basiti. Ma allora, evidentemente, nel pieno dell'epoca del boom economico dove si ragionava anche in economia di materiali scadenti e di lì a poco scaduti, stupidaggini simili erano spesso la norma, sebbene la traviata sarebbe stata l'opera più adatta a indicare il tutto. E questo in nome di quel progresso che effettivamente c'è stato, e che ha contribuito non poco al benessere economico di migliaia di famiglie che soprattutto dal Sud dell'Italia lasciavano la propria terra per approdare nel Nord industriale, il triangolo Torino-Milano-Genova. Un triangolo che a qualcuno avrà fatto pensare a quello che gli automobilisti incidentati mettono o dovrebbero mettere per segnalare un guasto alla propria vettura ferma in strada, ma che ai più non ha destato alcun allarme. Un progresso infatti che avrebbe finito per rivelarsi un regresso perché la cementificazione selvaggia, l'interramento di corsi d'acqua, l'intossicazione dell'aria e delle acque inquinate da veleni, la distruzione di campi e prati, pur non lasciandosi sedurre da lagne pseudo ecologiste tipo "Il ragazzo delle via Gluck", è stato un prezzo da pagare forse troppo elevato. E un prezzo neppure esente da mance, da elargire a dismisura a disgustosi individui che il senso della misura lo hanno perso da tempo, ma non purtroppo quello della mistura: una mescolanza di interessi pubblici - pochi - e di interessi privati - molti. Ora la costruzione del nuovo ponte è stata affidata a Renzo Piano, uno dei pochi nomi contemporanei illustri che il nostro Paese può giustamente vantarsi di avere. La speranza è quella che questo nuovo ponte elevi non soltanto la strada che unirà una parte della città all'altra ma anche e soprattutto la coscienza civile di certe persone che contano inducendole a non contare soltanto i propri buoni fruttiferi ma anche e soprattutto i buoni propositi nei riguardi finalmente di tutti i cittadini.

Antonio Mecca