IMMIGRAZIONE E PERCEZIONE

I dati del Rapporto Ismu sulle migrazioni: in Italia uno straniero ogni dieci abitanti

Tema quanto mai attuale, l’immigrazione costituisce uno dei temi cardine dell’agenda politica e sociale italiana, anche in seguito alla recente approvazione del Decreto Sicurezza. Un’utile risorsa per riflettere sul tema è come sempre il Rapporto ISMU 2018 sulle migrazioni, presentato il 4 dicembre presso l’Aula Magna dell’Università Statale di Milano. La presenza di stranieri in Italia nell’ultimo anno ha superato i 6 milioni di immigrati. A fronte dei 60 milioni di abitanti totali del nostro paese, la quota si aggira attorno ad 1 immigrato ogni 10 italiani. Cifra che, secondo la ricerca, è nettamente sovrastimata dall’opinione pubblica. Non solo, è diffusa una percezione distorta anche dei numeri riguardanti gli sbarchi. Dagli ultimi mesi del 2017, sino ai primi del 2018, l’immigrazione avrebbe registrato un calo significativo del 34%. I flussi, stando ai dati, si sarebbero spostati verso Spagna (55mila) e Grecia (29mila). L’Italia con i suoi 22mila sbarchi si collocherebbe pertanto al terzo posto nella classifica dell’accoglienza.
Al di là della mera questione numerica però, il Rapporto ISMU pone questioni ben più interessanti, tra cui l’andamento della sostenibilità del modello di accoglienza italiano. Se pur tanto discusse, le pratiche messe in atto fino ad ora hanno dato risultati non indifferenti. L’immigrazione regolare sfiora difatti picchi dell’85%, quando si considerano gli stranieri con permesso di soggiorno registrati in anagrafe. Il numero dei richiedenti asilo politico è aumentato lievemente. Tuttavia, questo incremento ha corrisposto ad una contemporanea diminuzione dei sussidi.
Sono invece 533mila (circa l’8,6%) gli irregolari stimati nel nostro paese. Un numero in crescita nell’ultimo quinquennio, che risente della restrizione delle politiche riguardanti la concessione dei permessi di soggiorno e della protezione umanitaria. Le procedure di respingimento sono motivate principalmente dall’esigenza di tutelare il sistema di accoglienza e di fornire maggiori risorse ai rifugiati. Tuttavia, esse pongono anche il problema della clandestinità, la cui riduzione rimane una delle sfide principali, poste in particolare in prospettiva della questione lavorativa.
Si evince infatti che le percentuali di disoccupazione degli immigrati hanno subito una diminuzione del 7,1% nell’ultimo periodo. Addirittura dal 2015 il caso italiano si è reso un’eccezione nel suo genere: la disoccupazione dei cittadini italiani ha difatti superato di alcuni punti quella degli stranieri, in quel lasso di tempo. Un dato in controtendenza rispetto alle medie degli altri paesi europei, che hanno assistito invece ad un incremento generalizzato. La differenza si è attenuata nel nostro paese, a causa della riduzione dei corridoi migratori degli ultimi anni.
Il mercato del lavoro italiano, se pur molto etnicizzato, ha però registrato solo in alcuni casi la sovrapposizione tra richieste straniere e italiane. Laddove infatti i cittadini del nostro paese ambiscono ad impieghi altamente professionalizzati, la situazione è per i migranti completamente opposta. Pochi difatti hanno un titolo di studio superiore, come una laurea. Molti ottengono lavori a bassa qualificazione e, anche tra i nati in Italia, si registra un elevato tasso di abbandono dello studio. A fronte di un 24% dei cosiddetti studenti “resilienti” (ossia che, a dispetto delle condizioni socioeconomiche e del background migratorio, ottengono buoni risultati), la maggior parte di essi incontra serie difficoltà, che influiscono in una certa misura anche sui processi d’integrazione. In questo senso, dovrebbe far ben sperare il superamento dell’arresto dei dati sulla frequentazione scolastica, raccolti tra il 2015 e il 2017.
Ciò che però costituisce il vero elemento di preoccupazione è l’incremento degli inattivi, 1 milione e 149mila persone in età scolastica o lavorativa che non è inserito in nessuno di questi mondi. Il dato vede una percentuale significativa di donne al suo interno, provenienti soprattutto da quegli stati dove non sono ancora state raggiunte completamente condizioni paritarie tra i sessi.
A fronte di questi dati la situazione appare ricca di problematiche. Tuttavia, emerge anche il fatto che la componente migratoria ha un ruolo fondamentale nel mantenimento della stabilità della nostra economia. Se valorizzato e protetto dai ricorsi impropri ad attività criminali o non registrate, il lavoro straniero può significare un ingente turnover per il nostro. Per godere di questi vantaggi occorre però una politica del quotidiano rivolta non al semplice “melting pot” tra italiani e immigrati, bensì a favorire in modo produttivo la convivenza e l’integrazione.