RUBRICA POESIA DI RICERCA di Alberto Pellegatta – SANDRO PENNA

Sandro Penna è stato uno dei più grandi poeti italiani del Novecento, anche se dimenticato o relegato a un ruolo marginale. Si sente ancora la mancanza di uno studio approfondito sulle implicazioni estetiche e politiche della sua opera, che non sono poche. Nato a Perugia nel 1906, a parte un breve soggiorno milanese lavorando alla libreria Hoepli, ha vissuto gran parte della sua vita a Roma, nel celebre appartamento al quarto piano di via della Mole de’ Fiorentini, immortalato dal documentario di Mario Schifani, Umano non umano (1972). Penna esordì a trentatré anni con la raccolta Poesie, uscita dall’editore Parente per intercessione di Umberto Saba. A quel libro seguirono diverse raccolte poi confluite nel volume degli Elefanti Garzanti, Tutte le poesie (1970). È stato apprezzato dai maggiori critici italiani, tra i quali Pier Paolo Pasolini, Cesare Garboli, Sergio Solmi, Giuseppe De Robertis, Giacomo De Benedetti e Giovanni Raboni. La sua poesia, magistrale nella conduzione del verso, fantasiosa e solare, dissimula con naturalità l’ingegno critico che pure innerva le scene: lo sguardo partecipato suggerisce rovesciamenti culturali e sociali - per esempio quando ritrae gli operai durante il riposo o per l’originalità del discorso amoroso. Una poesia popolata da marinai, canottieri, tuffatori, animali e avventori, tra viaggi sonnolenti in treno e quartieri inteneriti nei gesti.



Felice è stata oggi la mia casa.

cani giovani e belli l’hanno invasa.

ogni cosa hanno messo a soqquadro

di loro a me lasciando il più bel quadro.


*


Eccoli gli operai sul prato verde

a mangiare: non sono forse belli?

corrono le automobili d’intorno,

passan le genti piene di giornali.


Ma gli operai non sono forse belli?


*


Per averlo soltanto guardato

nel negozio dove io ero entrato

sulla soglia da dove egli usciva

è rimasto talmente incantato

con gli occhi tonti ferma la saliva

che il più grande gli fece: Hai rubato?


Poi ne ridemmo insieme tutti e tre

ognuno all’altro tacendo un perché

uniti da quell’ultimo perché

che lecito sembrava a tutti e tre.