IL RISORGERE DEL MALE 4

Donald Sanderson era uno scrittore di polizieschi di grande valore che scalava la classifica dei bestseller da ben quarant’anni. Brillante e prolifico, aveva al suo attivo un centinaio di libri in gran parte costituito di romanzi, più alcune raccolte di racconti. Con il suo vero nome scriveva solitamente libri giallo-rosa, provvisti di una forte dose di umorismo. Con lo pseudonimo di Richard Kelly i romanzi erano invece di genere duro, gangsteristico, hard-boyled puro. Sanderson era più o meno coetaneo di Lombain, e gli era stato anche amico. Pensai che una visita e un colloquio con lui fosse doveroso farglieli, perché forse lo scrittore aveva appreso dal collega e amico qualcosa che forse avrebbe potuto rivelarmi e che, sempre forse, poteva finire per rivelarsi utile ai fini di una maggiore luce sulla scomparsa del mio collega e al tempo stesso amico Philip.

Sanderson-Kelly abitava ancora in città, nei pressi del Central Park, in una zona bella e lussuosa che non era però esente del tutto da atti di violenza compiuti dagli apostoli del Male, da gente che più che disperata per la povertà lo era per l’astinenza dalla droga, o dall’alcool, o da entrambe le cose.

E poi c’erano i farabutti che a lavorare non ci pensavano proprio, per i quali rapine e furti erano cose dovute. O i maniaci alla ricerca del sesso facile per i quali lo stupro era cosa da niente. Ciononostante se si era particolarmente fortunati e naturalmente con un cospicuo conto in banca, in quella città era ancora possibile vivere decentemente. New York per me, per quanto ci fossi affezionato, era una città lercia, priva di autentica bellezza e di calore umano. La sua bellezza era tutta nelle luci che di notte la ingioiellavano, abbagliandola e distorcendone la realtà. Troppe pellicole dai colori pastello prodotte fino agli anni ’60, troppe canzoni mielose, troppi libri scritti da pochi ma prolifici scrittori come Ed Lombain era stato avevano costruito e perpetuato il mito di città dal grande fascino. In realtà di grande la città aveva soltanto le dimensioni, e la grande sporcizia  e freddezza architettonica. Ciò che attirava era il fiato che una grande metropoli da sempre possiede: l’incessante rumore prodotto dagli automezzi che in lungo e in largo la percorrono, come mobili cicatrici che pur non lasciando il segno in superficie la incidono però in profondità. E la folla che la vive nel bene e nel male.

Se pensavo che c’erano ogni anno, in Europa, diversi coglioni che partivano dai loro bei Paesi spendendo migliaia di dollari soltanto per ammirare negli ultimi giorni dell’anno il mega-abete newyorkese carico di luci, quando a casa loro avevano bellezze quali solo Venezia, Roma, Parigi, Madrid sono in grado di offrire, be’: non potevo non biasimarli profondamente. Io restavo lì, perché povero e, nonostante tutto, profondamente newyorkese. Ma questo non era sufficiente ad accecarmi sulla triste realtà che mi circondava.

Spesso confrontavo due film tra loro molto simili: “Colazione da Tiffany” e “Il Gufo e la Gattina”.

Il secondo era praticamente il rifacimento del primo a distanza di pochi anni. Era ambientato nella stessa città e con gli stessi personaggi: una prostituta e uno scrittore fallito, con una colonna sonora bella e triste quanto invece quella di Mancini era bella e solare. Erano due film differenti in quanto a bellezza quanto il giorno dalla notte, ma il secondo era decisamente più reale perché New York era come quel film la rappresentava: sporca, violenta, chiassosa e maleodorante e priva da sempre della bellezza che mai le era appartenuta. Gli emigranti avevano portato con loro la bellezza dei propri Paesi di origine lasciandosi dietro le spalle la povertà. Qui avevano trovato la ricchezza, o per lo meno un discreto benessere, ma non la bellezza perduta. Secondo me gran parte dei guai che affliggevano la città in relazione con la criminalità nascevano da lì. Chi nasce e cresce fra i rifiuti non può olezzare di buono. Rifiuto anch’esso, deve sporcare a sua volta anche ciò che di pulito e buono esiste.

Sapevo che Anderson aveva durante la bella stagione l’abitudine di scendere dal suo appartamento situato ai piani alti del palazzo dove abitava per recarsi nell’adiacente giardino, sedere su una panchina, rileggere ed eventualmente correggere il dattiloscritto battuto a macchina.
Antonio Mecca