MANIFESTO DI VENEZIA

Un nuovo linguaggio sulla violenza di genere

Il Manifesto di Venezia, firmato nel novembre 2017, vede firmatari giornalisti e giornaliste che si impegnano per una informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali e giuridiche. Uscire dagli stereotipi e dai pregiudizi è il primo passo per un cambiamento culturale della società e per raggiungere una reale parità. La leva culturale assegna all’informazione un ruolo specifico nella prevenzione e nella educazione secondo la Convenzione di Istanbul.

In breve i dieci punti in cui il Manifesto si articola:  

1. Inserire nella formazione deontologica obbligatoria quella sul linguaggio appropriato nei casi di violenza sulle donne e i minori; 

2. adottare un comportamento professionale consapevole per evitare stereotipi di genere e assicurare attenzione alla terminologia, ai contenuti e alle immagini divulgate; 

3. adottare un linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali e le cariche istituzionali ricoperti dalle donne e riconoscerle nella loro dimensione professionale, sociale, culturale; 4. attuare la “par condicio di genere” nei talk show e nei programmi di informazione secondo l’Agcom; 

5. utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne; 

6. sottrarsi a ogni tipo di strumentalizzazione per evitare che ci siano “violenze di serie A e di serie B” in relazione a chi subisce e a chi esercita la violenza; 

7. illuminare tutti i casi di violenza, anche quelli nei confronti di prostitute e   transessuali, utilizzando il corretto linguaggio di genere; 

8. mettere in risalto le storie positive di donne che hanno avuto il coraggio di sottrarsi   alla violenza e dare la parola anche a chi opera a loro sostegno; 

9. evitare ogni forma di sfruttamento a fini “commerciali” della violenza sulle le donne; 

10. non usare:

a) espressioni che risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili; 

b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento; 

c) immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”; 

d) attenuanti e giustificazioni all’omicida, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via,

e) il racconto del femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, ma invece da chi subisce la violenza, nel rispetto della sua persona.

Solo il raggiungimento dell’uguaglianza può ridurre la violenza di genere, che è ormai sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata e una delle violazioni dei diritti umani tra le più diffuse al mondo. 

Giusi De Roma