Matteo Collura

Matteo Collura, giornalista, biografo e narratore, nasce ad Agrigento il 14 agosto 1945.

Dal 1978 vive e lavora a Milano, città non capitale d'Italia ma da sempre capitale letterale della cultura letteraria e che ha accumulato nel corso dei secoli passati, grazie anche a scrittori originari di altri luoghi d'Italia ma che a Milano vissero o vivono da anni, un capitale di Lettere più che notevole.  Il 1978 è anche l'anno in cui nelle librerie appare il pamphlet "L'affaire Moro", che il Maestro e amico di Collura Leonardo Sciascia scrive e pubblica a pochi mesi dal rapimento prima e l'assassinio poi del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Al grande scrittore originario di Racalmuto Matteo Collura sarà sempre legato fino alla sua morte, accompagnandolo anche in viaggi verso la sua amata Parigi o, nell'ultimo periodo di vita sofferta, al centro dialisi di Milano per tentare di vincere o perlomeno di arginare la malattia che stroncherà Sciascia nel novembre del 1989. Nel 1996 lo scrittore agrigentino pubblicherà la bella ed esauriente biografia "Il Maestro di Regalpetra", dedicata al suo maestro letterario. Seguiranno, in una continuità che sa di attaccamento e rispetto: "Leonardo Sciascia - La memoria, il futuro" nel 1999; e "Alfabeto eretico. Da Abbondio a Zolfo; 58 voci dell'opera di Sciascia per capire la Sicilia e il mondo d'oggi", apparso nel 2002. Mescolando parole sue a quelle di Sciascia, attingendo dal mare pescoso della produzione dello scrittore di Racalmuto che visse a Palermo ma che non gli sarebbe dispiaciuto di vivere a Roma o a Milano, Collura seleziona 58 voci del Maestro argomentate dalla sua voce ineguagliabile in quanto a stile e commentandole da parte sua. Un libro come questo può aiutarci a meglio comprendere una Società come la nostra non sempre al meglio e, forse, a cercare o perlomeno tentare di migliorarla. Paradossalmente il silenzio verbale di certi scrittori come Sciascia e Brancati erano da ossimoro alla loro fluente voce narrativa, quell'apparente scontrosità altro non essendo se non timidezza e ritrosia, una saggezza e filosofia che vengono da lontano, da altre epoche e terre e culture, e che contribuiscono a creare chiarezza - mediante la intensa luce che avvolge e sconvolge l'isola - anche al vicino continente. Nel 2009 Matteo Collura farà uscire "Il gioco delle parti. Vita straordinaria di Luigi Pirandello", potente narratore in prosa ma soprattutto geniale commediografo che descrive la vita come realmente è dietro la maschera della convenzione sociale. Nel caso di Sciascia invece, lo scrittore di Racalmuto è interessato più che al lato oscuro dell'Uomo a quello buio della Società e del Potere che la imprime e spesso la opprime. Collura, con un Maestro così dissimile ai tanti altri che lo hanno preceduto e seguito non resta insensibile e prende a propria volta: con articoli pubblicati sulle pagine culturali del "Corriere della Sera", giornale al quale Sciascia collaborò non poco con articoli non certo da poco, e con romanzi, il primo dei quali: "Associazione indigenti", pubblicato nel 1979 e il più recente: "La Badante", nel 2015, a sondare, a descrivere e a circoscrivere la nostra Società. Il giornalista e scrittore agrigentino vive a Milano da quarant'anni, avendo messo in pratica ciò che Sciascia aveva soltanto teorizzato di fare. Lo stare lontano dalla sua terra di origine gli ha permesso di scrivere diversi libri sulla Sicilia, quasi che la lontananza ne favorisca una visione migliore, meno influenzante la mente e il cuore. Perché così come le cose meglio si vedono da una certa distanza poiché troppo vicini si nota la parte ma non il tutto, alla stessa maniera osservando da una giusta distanza un paese, una città, una regione si può avere la prospettiva più favorevole per meglio capire anche se non sempre comprendere il giusto e l'ingiusto di un popolo. È comunque staccandosi dal cordone ombelicale che si può ottenere il necessario distacco per essere più equi nei giudizi che non sono pregiudizi bensì lucide analisi di persone e fatti. In una terra dove si convive con il male istituzionalizzato da secoli, male che pur rappresentando una percentuale infima in quanto a numero finisce per pesare come massima sul piatto della bilancia della Società perché l'infimo è troppo carico di orrori, in questo tipo di Società in fondo ancora arcaica occorrerebbe fare i conti innanzitutto con se stessi, per parafrasare il titolo del diario postumo di un giornalista tutt'ora contemporaneo: Indro Montanelli. Questi conti sono in pochi ad averli fatti fra gli scrittori siciliani del secolo scorso, e primo fra questi ultimi non un conte ma un principe: Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore del capolavoro "Il Gattopardo". Il principe di Salina protagonista del romanzo spiega a Chevalley, ufficiale dell'esercito piemontese il carattere dei siciliani e ne imputa all'ambiente, al clima, al paesaggio le responsabilità. "I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria". Tutto ciò fatto dire da un personaggio dell'Ottocento da un Autore del Novecento. Anche Sciascia affermava di voler soffocare il mafioso che a volte sentiva dentro di sé, e la constatazione da parte sua che ogni anno che passa lui vedeva la palma salire sempre più a Nord, intendendo con questo l'affermarsi del malaffare. Uno scrittore come Matteo Collura è, vale a dire, un bravo e onesto intellettuale autore di migliaia di pagine fra romanzi, biografie, saggi storici, articoli e contribuisce da parte sua a rendere meno di parte una certa visione della Società, a riequilibrare la bilancia della giustizia che spesso non solo ignora quest'ultima o è da essa ignorata, ma anche la prima, talmente sbilanciata perché privata dei pesi e delle relative misure ormai da secoli. Secoli bui nonostante l'intensità della luce e della bellezza che pittori di ogni Paese hanno eternato sulle loro tele o affrescato sulle pareti dei tanti edifici spesso edificati da uomini assai meno edificanti che nel loro desiderio di innalzare templi alla gloria di Dio e a quella degli Dei in terra, che loro si credevano di essere, hanno comunque contribuito a rendere più bella e sopportabile la fatica di vivere.
Antonio Mecca