Se l’appartenenza non diventa un muro.

Sono un laico. Laico, non ateo; in questi tempi di povertà lessicale è opportuno specificarlo. Ovvero aperto al concetto di religione, qualsiasi essa sia, ma senza che questa eserciti ingerenze sul piano costituzionale o del diritto. In breve, pur non credendo in Dio, considero la religione una parte essenziale della società, senza la quale le persone sarebbero certamente più smarrite.

I miei più cari amici costituiscono un gruppo assai eterogeneo perché professanti diverse religioni; cattolici, ebrei, musulmani o laici come il sottoscritto. Con tutti loro discorro amabilmente sui più svariati argomenti compresa la fede, la quale, col trascorrere degli anni, non è divenuta un invalicabile muro che ci ha separato, tutt'altro: il continuo scambio di informazioni, nozioni o opinioni, anche in antitesi, ha contribuito ad arricchirci come individui, rendendoci più tolleranti, più ragionevoli e consolidando ancor di più la nostra amicizia.

Tra il serio e il faceto, più faceto che serio, mi hanno insegnato e spiegato i loro riti e i loro dogmi. Si è riso a crepapelle quando mi son sentito rispondere che durante il Ramadan coloro che, svolgendo un lavoro di fatica, si rifiutano anche di bere sono da considerarsi con una rotella fuori posto più che devoti osservanti. Oppure quando, attanagliati dai morsi della fame, ci si reca digiuni in Sinagoga per lo Yom Kippur e si rischia lo svenimento per feroce alitosi di massa. O di un altro amico che per l’ennesima volta stava accompagnando in Chiesa il figlio per gli esercizi spirituali pre Comunione, ma sempre e comunque all'oscuro della loro natura o utilità.

Inqualificabili e deprecabili miscredenti o persone ironiche e raziocinanti?

La cosa certa è che tutti sono praticanti e non temono di disapprovare ciò che all'interno delle proprie comunità spirituali considerano irragionevole. Non fanno del loro credo la loro trincea, accusando preventivamente l’interlocutore di essere contro l’islam, antisemita o bolscevico. Ognuno di essi possiede l’onestà intellettuale e la libertà individuale di criticare ferocemente l’integralismo islamico e i regimi totalitari dei paesi musulmani che trattano i loro stessi connazionali indegnamente. Di essere in disaccordo con l’aggressiva politica di Israele verso i palestinesi smontando la subdola equazione che se si contesta la politica estera di una nazione allora devi essere per forza intollerante nei confronti della religione professata dai suoi abitanti.

Per un’associazione d’idea ricontestualizzata nell'ambito dei gusti sessuali mi vengono alla mente le parole di uno tra i miei più carissimi amici. Un omosessuale che biasima le esternazioni eccessive da parte di altri omosessuali per la conquista dei diritti civili: “Sventolare un fallo gigante durante il gay pride non so quanto aiuti ad ottenere ciò che ti spetta come cittadino.” Chiudo qui perché le sua argomentazioni sono state espresse con ben più veemenza. A proposito: se un gay insulta altri omosessuali può essere tacciato di omofobia? Mah!

Ho avuto molta fortuna nel trovare questi insostituibili amici che hanno fatto e fanno della loro appartenenza una porta sempre aperta verso gli altri. Che non vivono sulla difensiva pronti a considerare il prossimo un potenziale nemico. Che con la loro apertura mentale e la loro disponibilità verso il mondo contribuiscono ogni giorno a onorare il proprio credo e a migliorare la nostra società.

Ma forse questo è solo uno dei tanti miracoli di questa città dove, al di là del nostro colore, della nostra fede o del nostro credo politico, in fondo siamo tutti milanesi e a un grande milanese spettano le ultime parole sull'argomento: Giorgio Gaber.

L'appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un'apparente aggregazione
l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.

G.G.

Riccardo Rossetti