Il Cacciatore Bianco ai Frigoriferi Milanesi

“Il Cacciatore Bianco/The White Hunter” più che una mostra sull'arte africana è il racconto della costruzione che ne ha fatto l'Occidente.

Con questa esposizione, FM, Centro per l'Arte contemporanea, continua il suo discorso su temi e sguardi spiazzanti. Dice il curatore Marco Scotini,  direttore artistico di FM: La ricognizione parte da una critica radicale del nostro sguardo sull'Africa. Siamo sicuri che quello che ha visto il cacciatore bianco, all'inizio del secolo scorso, non continui a essere ancora l’oggetto dal nostro sguardo? Ciò che dovrebbe risuonare per tutta la mostra è come lo sguardo del cacciatore sia risultato fondamentale nel costruire un’alterità sottomessa.
La mostra, più di 150 opere di oltre 30 artisti contemporanei e altrettanti tradizionali, rappresentanti quasi tutta l'Africa, si articola in un percorso che rappresenta e ricostruisce la memoria e il contemporaneo, attraverso lavori dalla Fondation Cartier di Parigi e dalle maggiori collezioni private italiane e raccolte sulla nostra storia coloniale. 
L'introduzione di Pascale Tayou, stipata di cianfrusaglie turistiche, suggerisce lo stereotipo dell’Africa. S'inizia poi con l'importante flashback (rarità di libri e documenti) sull’Italia coloniale degli anni ’20 e ’30, e la ricostruzione della sala sull’Arte negra della Biennale di Venezia del 1922, con le notevoli opere di arte antica tradizionale, per “evocare” quella sensibilità estetica, a cui seguì l'esclusione dell’arte africana da esposizioni ufficiali fino al 1959 e, per quella contemporanea, fino al 2003. La terza sezione si riferisce alla mostra “Magiciens de la terre” (1989), dove quell’arte era presentata ancora una volta come incontaminata e primitiva. 
Nelle altre sezioni gli artisti sviluppano le trasformazioni sociali e formative avvenute in quel continente, dalle risposte alla questione sudafricana ai temi del feticcio tradizionale e della differenza, il migrante, la donna, ai problemi dell’identità, della diaspora, della guerra. Alla fine, un enorme drappeggio del giovane ghanese Ibrahim Mahama lascia al visitatore un accumulo di narrazioni collettive sui sacchi di juta,  tracce dello scambio tra l’Africa e il mondo.
Dice Adama Sanneh, direttore dei programmi di Fondazione lettera27: La mostra parla di noi, della nostra capacità critica, della nostra umanità. Il visitatore esce trasformato. Questo fa l'arte.
La mostra resterà aperta fino al 3 giugno, da mercoledì a sabato, 14/19,30. 
Via Piranesi 10. L'ingresso è gratuito. Info: www.fmcca.it  
Grazia De Benedetti