Un geniale fabbricante di storie

Nel mese di luglio è uscita - dopo anni che ne veniva annunciata l'imminente pubblicazione - la monumentale biografia di Giorgio Scerbanenco, padre di tutti gli scrittori italiani di polizieschi, e padre di Cecilia, una delle due figlie avute a metà degli anni'60.

"Il fabbricante di storie", s'intitola questo interessante volume di 377 pagine edito da "La nave di Teseo". In quarta di copertina campeggia un breve ritratto scritto su Scerbanenco a cura di Oreste Del Buono, che dello scrittore fu estimatore e amico, ricavato dal lungo articolo-intervista che Del Buono scrisse sul settimanale "Oggi" nel dicembre 1956. Nella rivista occupava due paginoni, mentre nel presente volume le pagine: stampate con fitto carattere, ammontano a nove. All'epoca Giorgio, il cui nome completo era Volodymyr Valerianovic Scerbanenko (Giorgio era il nome del fratello morto pochi mesi dopo la nascita, a Kiev, città ucraina in cui i genitori, ucraino lui, romana lei, vissero per alcuni anni, prima che il padre di Giorgio-Volodymyr venisse ucciso dai rivoluzionari comunisti) aveva già scritto qualcosa come sessanta romanzi e moltissimi racconti. Nella biografia scritta con competenza dalla figlia, che vive in Friuli dove fa la traduttrice e la curatrice dell'Opera paterna,

In questa biografia Cecilia ha inserito molte lettere scritte dal padre e al padre, non fermandosi neppure nella descrizione di un uomo che visse, forse un po' troppo disinvoltamente, una vita familiare con più compagne. Oreste Del Buono che nella sua vita ha scritto molto, e forse soprattutto su altri colleghi, definiva Scerbanenco una macchina per scrivere, e infatti la sua vasta produzione, che comprende decine e decine di romanzi, centinaia di racconti e migliaia di risposte alle lettrici dei vari settimanali femminili da lui diretti o dei quali era caporedattore, sta a dimostrarlo. Ci sono poi le lettere private, non di rado interessanti come quella in cui esprime un giudizio sul romanzo di Céline "Viaggio al termine della notte", giudizio sul "...fatto che questa turpitudine sia fine a se stessa me la rende invisa. Nelle vere opere d'arte queste brutture sono esposte non con la sadica compiacenza di Céline, ma come per dire... è troppo brutto, è troppo orribile, non deve essere così.

È vero che in queste opere non c'è luce, ma esse ispirano il desiderio della luce..." Scerbanenco, che già da anni viveva in prevalenza a Lignano Sabbiadoro, in Friuli, alla fine degli anni '60 fa un viaggio a Roma con la giovane moglie Nunzia e le giovanissime figlie Cecilia e Germana, ed è talmente contento di rivedere quella, che in fondo fu la sua città, che aveva lasciato ancora bambino, da pensare di ristabilirvisi. Incontra il regista cinematografico Fernando Di Leo, interessato a ricavare alcuni film dalle sue opere (cosa che farà dopo la morte dello scrittore con "I ragazzi del massacro", "Milano calibro 9", "La mala ordina"), nonché abbozza i soggetti per una decina di telefilm. Ma la fine incombe, a causa di un tumore epatico che ne causerà la morte per infarto a soli 58 anni, il 27 ottobre 1969. Nelle ultime lettere indirizzate al potente agente letterario Erich Linder, all'editore Angelo Rizzoli e ad altri amici, supplica loro di proteggere "le mie bambine, le mie bambine, le mie bambine", ripetuto questo grido scritto e per questo ancora più intenso tre o quattro volte di fila. La parabola di Giorgio Scerbanenco, autodidatta trasferitosi giovanissimo a Milano in cerca di lavoro: anche manuale, e giunto poi al successo letterario è fatta  di talento e di volontà, di grande abnegazione e desiderio di scrivere. Non sempre ciò che scriveva era quello che avrebbe amato scrivere veramente. Ma sempre cercava di farlo al suo meglio. Con la seconda metà degli anni '60 e la nascita letteraria di Duca Lamberti, ex medico radiato dall'albo per una eutanasia e in seguito diventato poliziotto, protagonista di quattro romanzi, Scerbanenco avrebbe potuto conoscere il successo che oggi arride a Camilleri con il suo Montalbano. Purtroppo un destino crudele glielo impedì, ma ciò che di buono ha scritto: molto, sopravvive a lui grazie a curatori del calibro di Oreste Del Buono o della figlia Cecilia, autrice di questa bella e interessante biografia scritta con sincerità che non priva di giudizi non sempre favorevoli alla figura dell'uomo, lo è invece sempre riguardo la figura dello scrittore.      

Antonio Mecca